il mistero della grazia
e la verità della fede
di Carlo Silvano
Il 15 agosto la Chiesa celebra la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. È una festa che parla anzitutto della destinazione dell’uomo: non della vittoria della materia sullo spirito, né della fuga dal mondo, ma della promessa di Dio di redimere l’uomo nella sua totalità, anima e corpo. Proprio per questo, quando si parla di Maria di Nazareth, è necessario distinguere con serenità ciò che appartiene alla fede apostolica da ciò che appartiene alla tradizione devozionale, alla leggenda o alla semplice interpretazione personale.
Il primo punto da chiarire riguarda proprio l’Assunzione. La Chiesa non insegna semplicemente che Maria «volò in cielo» alla fine della sua vita. Il dogma definito da Pio XII l’1 novembre 1950 afferma che «l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo» (Munificentissimus Deus, 44). È una precisazione importante: la Chiesa non ha definito come verità di fede se Maria sia morta oppure no. San Giovanni Paolo II spiegò, infatti, che Pio XII evitò deliberatamente di assumere una posizione sulla questione della morte della Vergine (Udienza generale, 2 luglio 1997).
Dunque, il cuore della fede non è la curiosità sulle modalità dell’ultimo momento terreno di Maria, ma la certezza che il suo corpo non è stato abbandonato alla corruzione e che Maria vive nella gloria di Dio anche con il suo corpo. È il destino che la Chiesa contempla anticipato in lei e che attende per tutti i redenti nella risurrezione finale. «Credo nella risurrezione della carne», professiamo infatti nel Credo. L’Assunta diventa così una luce rivolta non soltanto verso Maria, ma verso ciascuno di noi.
Anche l’età di Maria al momento dell’Annunciazione e quella di Giuseppe non appartengono alla Rivelazione cristiana. I Vangeli non indicano quanti anni avesse Maria, né descrivono Giuseppe come un uomo anziano. Matteo e Luca ci consegnano, invece, ciò che è essenziale: Maria è una giovane donna promessa sposa a Giuseppe, e Dio le manifesta il suo disegno attraverso l’angelo Gabriele (Mt 1,18-25; Lc 1,26-38). Dove il Vangelo tace, il cristiano deve avere l’umiltà di non trasformare supposizioni in dogmi.
Ancora più importante è comprendere correttamente il concepimento verginale di Gesù. Il Vangelo di Luca non racconta una sorta di unione fisica tra Maria e lo Spirito Santo. L’angelo dice: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra» (Lc 1,35). La Chiesa professa che Gesù fu concepito «per opera dello Spirito Santo» e nacque dalla Vergine Maria (Mt 1,20; Lc 1,34-35; CCC 484-486). Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) precisa che la verginità di Maria nel concepimento di Cristo è opera esclusiva della potenza divina e non di un intervento umano (CCC 496-498).
È, dunque, necessario evitare di tradurre un mistero soprannaturale con categorie esclusivamente biologiche. Lo Spirito Santo non è un uomo, non è un padre biologico e non ha avuto un rapporto sessuale con Maria. È la terza Persona della Santissima Trinità. Quando il Vangelo parla della sua «discesa» su Maria, usa il linguaggio della presenza e dell’azione divina, non quello dell’accoppiamento umano.
La verginità di Maria non si esaurisce poi nel concepimento di Gesù. La fede cattolica parla della sua verginità perpetua: Maria è «sempre vergine», prima, durante e dopo il parto (CCC 496-507). Quando il Nuovo Testamento parla dei «fratelli» e delle «sorelle» di Gesù (Mc 6,3; Mt 13,55-56), la Chiesa non interpreta automaticamente quei termini come figli biologici di Maria. Il Catechismo spiega che la Scrittura utilizza il termine «fratelli» anche per indicare persone legate da altri vincoli di parentela (CCC 500).
Anche la tradizione secondo cui i genitori di Maria si chiamavano Gioacchino e Anna deve essere collocata al suo posto. I loro nomi non compaiono nei Vangeli canonici; appartengono alla tradizione cristiana antica, attestata soprattutto dal Protovangelo di Giacomo. Questo non significa che ogni elemento di quella tradizione debba essere respinto, ma neppure che ogni suo particolare debba essere elevato al rango di verità rivelata. La Chiesa conosce una differenza fondamentale tra la Rivelazione divina e le molte forme attraverso le quali la devozione cristiana si è espressa nel corso dei secoli.
Questo vale anche per il racconto dell’età avanzata e della sterilità dei genitori di Maria, così come per altri particolari leggendari. La fede non ha bisogno di inventare ciò che il Vangelo non dice. La verità cristiana non diventa più vera perché viene arricchita da dettagli pittoreschi.
Al contrario, esiste una verità mariana che la Chiesa professa solennemente: l’Immacolata Concezione. Maria, per singolare grazia di Dio, fu preservata dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento (CCC 490-493; Pio IX, Ineffabilis Deus, 8 dicembre 1854). Ma anche qui bisogna comprendere bene la dottrina: Maria non è stata salvata «senza Cristo». È stata salvata da Cristo in modo ancora più radicale, perché la grazia del Redentore l’ha preservata dal peccato anziché liberarla da esso dopo che vi fosse caduta.
L’Immacolata, dunque, non rappresenta un'eccezione arbitraria alla salvezza operata da Cristo: rappresenta la sua efficacia perfetta. Maria è la prima redenta da Cristo, preservata in vista dei meriti del suo Figlio (CCC 491-492).
E qui si comprende anche cosa sia veramente il peccato originale. La Chiesa non insegna che Dio guarda un neonato innocente e gli attribuisce personalmente la colpa commessa da Adamo. Il Catechismo è esplicito: il peccato originale «non ha, in nessuno dei discendenti di Adamo, un carattere di colpa personale» (CCC 405). È una condizione ricevuta, non un atto personale compiuto dal bambino. È la privazione della santità e della giustizia originali e la natura umana ferita dalle conseguenze del peccato (CCC 396-409).
Per questo il Battesimo non è la punizione di un bambino colpevole, ma il dono attraverso il quale Dio lo inserisce nella vita di Cristo, liberandolo dal peccato originale e facendolo rinascere alla grazia (Gv 3,5; CCC 1213, 1250).
Maria, poi, non è semplicemente una donna che «doveva partorire Gesù». Il Vangelo mostra qualcosa di immensamente più grande: Dio propone e Maria risponde liberamente. «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Il Catechismo parla proprio dell’«obbedienza della fede» di Maria (CCC 148, 494). Dio non tratta Maria come uno strumento privo di libertà. La sua maternità nasce anche da un atto libero di fede e di affidamento.
Ed è proprio questa risposta che permette di comprendere la grandezza del titolo Madre di Dio. Maria non è madre della divinità in quanto tale, né è madre del Padre o dello Spirito Santo. È madre di Gesù Cristo, il quale è vero Dio e vero uomo. Colui che nasce da lei secondo la carne è realmente il Figlio eterno del Padre. Per questo il Concilio di Efeso ha professato Maria come Theotokos, «Madre di Dio» (Concilio di Efeso, 431; CCC 495).
La Trinità, infatti, non significa che Gesù sia «padre di se stesso». Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre Persone realmente distinte, ma un solo Dio (Mt 28,19; CCC 232-267). Il Figlio è eternamente Figlio del Padre; nel tempo assume la natura umana nel grembo di Maria. In Cristo, dunque, non ci sono tre dèi e non c’è una persona che sia contemporaneamente Padre e Figlio. C’è una sola Persona divina, il Figlio eterno, che possiede due nature: divina e umana (Gv 1,1.14; CCC 464-469).
Anche la Croce deve essere sottratta a una rappresentazione deformata. Gesù non è un uomo che Dio vuole morto per soddisfare una sorta di crudeltà divina. Il Vangelo ci consegna, invece, le parole di Cristo: «Io offro la mia vita» e «nessuno me la toglie» (Gv 10,17-18). La Croce è il luogo nel quale l’amore del Figlio giunge fino all’estremo: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1).
La Chiesa insegna che Cristo offre liberamente se stesso al Padre per la nostra salvezza (CCC 599-618). Non è Dio che crea il peccato per poi avere bisogno della Croce. È l’uomo che, mediante il peccato, si allontana da Dio; ed è Dio che, nella sua misericordia, viene incontro all’uomo. «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16). La Croce è quindi prima di tutto la misura dell’amore di Dio, non della sua crudeltà.
E Maria, ai piedi della Croce, non è una donna che semplicemente muore di «crepacuore» perché Dio pretende la morte del Figlio. È la Madre che partecipa profondamente alla sofferenza del Redentore, «unendosi con animo materno al sacrificio di Lui» (LG 58; CCC 964). Simeone aveva già profetizzato: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35). La sua sofferenza non è il centro della Redenzione, perché lìunico Redentore è Cristo; ma Maria è intimamente associata all’opera del Figlio con la sua fede, il suo dolore e la sua perseveranza.
Lo stesso principio di chiarezza deve guidare quando si parla delle reliquie. Una reliquia non è Dio. Un pezzo di stoffa non è Dio. Un oggetto che è stato a contatto con un santo non diventa una divinità. La Chiesa distingue nettamente tra adorazione, dovuta soltanto a Dio, e venerazione, con la quale si onorano i santi e ciò che richiama alla loro vita e alla loro testimonianza (CCC 2096-2097; CCC 2131-2132).
Perciò la venerazione di una reliquia non è, in quanto tale, idolatria. L’idolatria consiste nel «divinizzare ciò che non è Dio» (CCC 2112). Se qualcuno attribuisse a un oggetto un potere divino in quanto oggetto, entrerebbe nella superstizione; ma questo non autorizza a definire idolatrica la venerazione cristiana delle reliquie.
La stessa prudenza è necessaria quando si parla della Sacra Cintola o della tradizione della Santa Casa di Loreto. Sono espressioni importanti della devozione e della storia cristiana, ma non costituiscono il contenuto del dogma dell’Assunzione. La Chiesa non chiede al fedele di credere come articolo di fede a ogni particolare narrato dalla tradizione popolare.
Questa distinzione è fondamentale anche per comprendere il significato della parola dogma. Un dogma non è una leggenda che, dopo essere stata raccontata per secoli, viene improvvisamente trasformata in «parola di Dio». Il dogma è una verità contenuta nella Rivelazione divina, oppure necessariamente connessa con essa, che il Magistero propone in modo definitivo (CCC 88-90; CCC 888-892).
Nel caso dell’Assunzione, Pio XII non inventò nel 1950 una nuova storia su Maria. La Munificentissimus Deus mostra, invece, un lungo percorso di fede della Chiesa, nel quale la liturgia, la testimonianza dei Padri, la devozione dei fedeli, l’insegnamento dei vescovi e la riflessione teologica hanno concorso alla maturazione della consapevolezza ecclesiale.
Il Concilio Vaticano II ha poi confermato solennemente: «l’Immacolata Vergine, preservata immune da ogni colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo» (Lumen gentium, 59). E subito dopo aggiunge una frase decisiva: Maria «è immagine e inizio della Chiesa» (LG 68). È proprio questo il senso più profondo della festa.
Maria non è una divinità accanto a Dio. Non è una dea cristiana. Non è una concorrente di Cristo. Tutto ciò che è, lo riceve da Dio; tutta la sua grandezza rimanda al Figlio. Lo canta lei stessa nel Magnificat: «L’anima mia magnifica il Signore [...] perché ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1,46-48).
Per questo la vera devozione mariana non si ferma a Maria: attraverso Maria conduce a Cristo. Lei stessa, a Cana, pronuncia una delle indicazioni più belle e semplici del Vangelo: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5).
E allora l’Assunta diventa una risposta anche all’uomo contemporaneo. In un’epoca nella quale il corpo viene talvolta idolatrato, sfruttato, manipolato o considerato soltanto materia disponibile, Maria ricorda che il corpo umano possiede una dignità che supera la morte. Il cristianesimo non promette la sopravvivenza eterna di un’anima disincarnata: annuncia la risurrezione della carne.
Maria è già là dove la Chiesa spera di arrivare. La sua Assunzione è, dunque, una promessa: la morte non avrà l’ultima parola, il corpo non è destinato definitivamente alla corruzione, la vita non finisce nel nulla. Cristo, risorto dai morti, è «primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15,20), e Maria, per singolare grazia, partecipa già della gloria alla quale tutti i redenti sono chiamati.
Ecco perché il 15 agosto non è soltanto una festa dedicata a Maria. È una festa dedicata alla speranza cristiana. Guardando all’Assunta, la Chiesa guarda al proprio futuro e al destino dell’uomo.
La fede non ha bisogno di caricature, ma nemmeno di leggende trasformate in dogmi. Ha bisogno di verità, di distinzione, di ragione e soprattutto del Vangelo. E il Vangelo ci conduce sempre allo stesso punto: Maria dice «sì», Cristo si incarna, il Figlio offre se stesso sulla Croce, risorge dai morti e apre all’umanità la strada della vita eterna.
Per questo la Chiesa, contemplando Maria, non celebra una donna trasformata in dea. Celebra la creatura che più pienamente ha lasciato fare a Dio nella propria vita. E proprio perché è creatura, la sua gloria non diminuisce quella di Dio: la manifesta.
«Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49). Sono queste, in fondo, le parole che spiegano meglio l’Assunta: non ciò che Maria ha fatto di se stessa, ma ciò che Dio ha fatto in lei.
____________________
Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sul sito della libreria "Feltrinelli": Libri di Carlo Silvano presso Feltrinelli




Commenti
Posta un commento