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Carlo Silvano, Gesù Cristo è risorto davvero? Il Vangelo, la storia e le ragioni di una fede che non nasce da una leggenda

 

Gesù Cristo è risorto davvero?

Il Vangelo, la storia e le ragioni

di una fede che non nasce da una leggenda

di Carlo Silvano

La risurrezione di Gesù Cristo è il centro della fede cristiana e, nello stesso tempo, uno dei problemi più affascinanti per la ricerca storica. Se Cristo non fosse risorto, il cristianesimo sarebbe difficilmente spiegabile nella forma in cui comparve nel I secolo. Lo stesso san Paolo, scrivendo pochi decenni dopo la crocifissione, formulò con estrema chiarezza il problema: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede» (1Cor 15,14).

Naturalmente, la storia non può dimostrare la risurrezione come si dimostra un fenomeno ripetibile in laboratorio. Può, però, esaminare le fonti, la loro antichità, la testimonianza dei protagonisti e le ipotesi alternative. Ed è proprio su questo terreno che le spiegazioni basate su allucinazioni, complotti o leggende mostrano notevoli difficoltà.

Le ipotesi alternative meritano, quindi, di essere considerate seriamente, senza pretendere di trasformare la fede in una dimostrazione matematica. Ma proprio un esame pacato delle fonti permette di comprendere perché la risurrezione non possa essere liquidata semplicemente come un’allucinazione collettiva, un complotto organizzato o una leggenda nata molti decenni dopo.

Il primo dato è l’antichità della testimonianza. San Paolo scrive la Prima lettera ai Corinzi attorno alla metà degli anni Cinquanta del I secolo e ricorda di aver «ricevuto» una tradizione che egli stesso aveva trasmesso: Cristo morì, fu sepolto, risuscitò il terzo giorno e apparve a Cefa, ai Dodici e ad altri testimoni (1Cor 15,3-8). La ricerca accademica discute la forma e la datazione precisa di questa formula prepaolina, ma riconosce che ci troviamo davanti a una tradizione molto antica, già precedente alla lettera stessa.

Questo elemento è storicamente importante. La predicazione della risurrezione non compare dopo secoli di elaborazione leggendaria, quando ormai non sarebbe stato possibile interrogare i protagonisti. Al contrario, Paolo si richiama a persone concrete: Pietro, Giacomo, i Dodici e altri testimoni. Il Catechismo sottolinea che la fede della prima comunità cristiana si fondava sulla testimonianza di uomini conosciuti dai cristiani e, in larga parte, ancora viventi (CCC 639, 642).

Naturalmente, il semplice fatto che esistano dei testimoni non obbliga lo storico a concludere automaticamente che il fatto testimoniato sia avvenuto. Ma rende insufficiente la teoria secondo cui la risurrezione sarebbe nata lentamente dalla fantasia popolare. La proclamazione «Gesù è risorto» è presente fin dalle origini del movimento cristiano e ne costituisce il nucleo, non un’aggiunta tardiva.

Anche l’ipotesi dell’allucinazione presenta problemi considerevoli. Un’esperienza allucinatoria, per sua natura, appartiene al soggetto che la vive. Può certamente influenzare altri e può generare convinzioni condivise, ma spiegare con un’unica categoria psicologica testimonianze che coinvolgono persone diverse, in contesti differenti e con reazioni differenti è molto più complesso.

I Vangeli, inoltre, non descrivono discepoli predisposti ad aspettarsi una risurrezione imminente. Descrivono uomini impauriti, delusi e increduli. Le donne che annunciano di aver trovato il sepolcro vuoto non vengono immediatamente credute: le loro parole sembrano agli apostoli «un vaneggiamento» (Lc 24,11). Tommaso esprime apertamente il proprio dubbio e chiede di vedere i segni della passione (Gv 20,24-29). Anche dopo le apparizioni, alcuni continuano a dubitare (Mt 28,17).

Il Catechismo richiama proprio questo dato: i discepoli non sono presentati come un gruppo già disposto a credere a qualsiasi cosa, ma come uomini per i quali la risurrezione appare inizialmente impossibile. La loro fede nasce, secondo la testimonianza neotestamentaria, dall’incontro con colui che essi riconoscono come Gesù risorto (CCC 643-644).

Gli incontri descritti dai Vangeli, inoltre, non vengono presentati come semplici visioni interiori. Gesù parla con i discepoli, mostra le ferite della crocifissione, invita Tommaso a verificare la sua identità e, secondo Luca e Giovanni, condivide con loro anche il cibo (Lc 24,36-43; Gv 20,19-29; Gv 21,9-14). Il significato di questi racconti è chiaro: gli evangelisti vogliono affermare che il Risorto non è un fantasma e che l’esperienza dei discepoli non può essere ridotta, nella loro intenzione narrativa, a una semplice esperienza soggettiva.

Ciò non significa che la risurrezione possa essere confusa con un normale ritorno alla vita terrena. Lazzaro, secondo il Vangelo, torna alla vita che conosceva prima e un giorno morirà nuovamente. Cristo risorto, invece, entra in una condizione nuova e gloriosa (CCC 645-646). La fede cristiana parla quindi di un evento reale, ma al tempo stesso trascendente: un fatto che lascia tracce nella storia senza poter essere interamente rinchiuso nelle categorie della storia.

Un altro elemento decisivo è il sepolcro vuoto. Da solo, naturalmente, non dimostra la risurrezione. Il Catechismo lo riconosce esplicitamente: l’assenza del corpo potrebbe, considerata isolatamente, ricevere altre spiegazioni (CCC 640). Questa precisazione è importante perché mostra che la fede cattolica non fonda la propria convinzione su un unico indizio.

Il sepolcro vuoto acquista significato nel contesto delle testimonianze delle apparizioni e della trasformazione dei discepoli. Non basta quindi dire: «La tomba era vuota, dunque Gesù è risorto». Ma è altrettanto insufficiente ignorare il fatto che le fonti cristiane più antiche collegano strettamente la proclamazione della risurrezione con la morte, la sepoltura, la tomba e gli incontri con il Risorto.

La teoria del complotto incontra difficoltà di altro genere. Per sostenerla bisognerebbe immaginare che i discepoli abbiano deliberatamente inventato la risurrezione, sapendo che era falsa, e siano poi riusciti a convincere altri di questa menzogna. Ma le fonti neotestamentarie non mostrano persone impegnate a costruire un progetto politico o economico. Mostrano, invece, uomini che inizialmente fuggono e si nascondono e che, successivamente, diventano annunciatori pubblici di Cristo.

Questo non permette, da solo, di dimostrare storicamente che ogni apostolo sia morto martire né di ricostruire con assoluta certezza le circostanze della morte di ciascuno. La ricerca storica deve essere prudente anche su questo punto. Tuttavia, una cosa appare evidente: il primo cristianesimo non nacque come un movimento che offriva ai suoi fondatori ricchezza, sicurezza o potere. Annunciare un crocifisso risorto significava spesso esporsi al rifiuto e alla persecuzione.

C’è inoltre un particolare significativo nel racconto evangelico: le prime testimoni del sepolcro vuoto sono delle donne (Mt 28,1-10; Mc 16,1-8; Lc 24,1-11; Gv 20,1-18). In una società nella quale la testimonianza femminile non possedeva sempre lo stesso peso pubblico attribuito a quella maschile, non sembra essere la scelta più naturale per chi volesse costruire artificialmente un racconto persuasivo secondo i criteri dell’epoca. Non è una prova della risurrezione, ma costituisce un dato che rende meno lineare l’ipotesi di una narrazione inventata a tavolino.

Anche l’accusa di leggenda deve confrontarsi con la rapidità con cui il messaggio pasquale compare nelle fonti. Paolo non presenta la risurrezione come un’idea nuova che egli abbia inventato personalmente. Usa il linguaggio della tradizione ricevuta e trasmessa (1Cor 15,3). Già gli Atti degli Apostoli mostrano che il centro della predicazione apostolica era precisamente questo: «Dio lo ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni» (At 2,32; 3,15; 10,40-41).

Il Catechismo della Chiesa Cattolica riassume efficacemente questa continuità affermando che la risurrezione è stata creduta e vissuta come verità centrale dalla prima comunità cristiana, trasmessa dalla Tradizione e attestata dagli scritti del Nuovo Testamento (CCC 638-639).

La questione storica, naturalmente, non può eliminare la dimensione della fede. Nessuno degli evangelisti pretende di descrivere l’istante fisico nel quale Gesù passa dalla morte alla vita gloriosa. Nessuno fu spettatore dell’atto stesso della risurrezione. Il Catechismo lo afferma con grande chiarezza: nessuno può dire come essa sia avvenuta fisicamente (CCC 647). La risurrezione è quindi, nello stesso tempo, un avvenimento che ha lasciato testimonianze storiche e un mistero che trascende la possibilità di osservazione diretta.

Questa distinzione consente di evitare due errori opposti. Il primo consiste nel trattare la risurrezione come se fosse un fenomeno scientifico ordinario, riproducibile e verificabile in laboratorio. Il secondo consiste nel relegarla automaticamente nel mondo delle illusioni, delle leggende e delle esperienze private, senza prendere sul serio le fonti.

Lo storico può constatare alcuni elementi fondamentali: Gesù fu crocifisso; dopo la sua morte sorse rapidamente una comunità convinta che Dio lo avesse risuscitato; questa convinzione fu proclamata pubblicamente fin dalle prime fasi del cristianesimo; Paolo conserva e trasmette una tradizione precedente alla sua lettera; le fonti neotestamentarie parlano di incontri con il Risorto e del sepolcro trovato vuoto. Su come interpretare complessivamente questi elementi si apre inevitabilmente il confronto tra diverse visioni del mondo.

Per il cristiano, tuttavia, la risurrezione non è una leggenda edificante inventata per consolare i discepoli dopo la morte del loro maestro. È l’evento che dà un significato nuovo alla Croce e alla storia umana. Se Gesù fosse rimasto nel sepolcro, la sua morte sarebbe stata la fine di una vicenda. Ma la testimonianza apostolica proclama esattamente il contrario: colui che era stato crocifisso è vivo.

È significativo che Paolo non presenti questa fede come una vaga consolazione spirituale. Egli insiste sulla risurrezione e afferma che senza di essa la predicazione cristiana sarebbe vana (1Cor 15,12-19). Il cristianesimo, fin dalle sue origini, si è quindi assunto un rischio enorme: ha legato la propria credibilità non semplicemente a un insegnamento morale, ma a un’affermazione sulla realtà.

La risurrezione, certamente, non costringe nessuno a credere. La fede rimane un atto libero. Ma affermare che essa sia stata certamente prodotta da allucinazioni, da un complotto o da una leggenda significa andare oltre ciò che le fonti consentono di dimostrare. Nessuna di queste ipotesi, considerata da sola, riesce infatti a rendere conto con semplicità dell’insieme della testimonianza neotestamentaria: la precocità della proclamazione, la pluralità dei testimoni indicati dalla tradizione, l’incredulità iniziale dei discepoli, il ruolo del sepolcro vuoto e la convinzione di aver incontrato personalmente Gesù vivente.

Per la fede della Chiesa, la conclusione è quella che Pietro e gli altri apostoli proclamarono fin dall’inizio: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni» (At 2,32).

Il Catechismo definisce la risurrezione «la verità culminante della nostra fede in Cristo» (CCC 638). Non perché i cristiani desiderino aggiungere un elemento straordinario alla figura di Gesù, ma perché senza la risurrezione non si comprenderebbe fino in fondo ciò che egli stesso aveva annunciato: la vittoria della vita sulla morte e la promessa che il male non avrà l'ultima parola.

Per questo, a duemila anni di distanza, la domanda rimane aperta non soltanto per la teologia, ma anche per la storia: come spiegare la nascita e la straordinaria forza di una comunità che, dopo aver visto il proprio Maestro morire crocifisso, iniziò a proclamare pubblicamente che egli era vivo?

La risposta cristiana è semplice quanto sconvolgente: non perché gli apostoli avessero immaginato il Risorto, non perché avessero organizzato un inganno e neppure perché, dopo generazioni, fosse nata una leggenda. La risposta che essi stessi offrirono, e per la quale la prima comunità cristiana fondò la propria fede, fu un’altra: Gesù Cristo è veramente risorto (Lc 24,34; 1Cor 15,3-8; CCC 638-658).

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Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sul collegamento alla Libreria Feltrinelli: Libri di Carlo Silvano su La Feltrinelli 




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