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L’ultimo arrivato: una vita da ricostruire, tra memoria, errori e radici

  

Ci sono romanzi che si lasciano comprendere fin dalle prime pagine e altri che chiedono al lettore un po’ di pazienza, perché la loro vera forma si rivela soltanto strada facendo. L’ultimo arrivato di Marco Balzano appartiene, a mio avviso, a questa seconda categoria. Per comprendere davvero la storia di Ninetto Giacalone e il significato di molte delle sue scelte, occorre arrivare fino alla fine. Il lettore deve ricomporre, poco alla volta, i frammenti di un’esistenza segnata da partenze, incontri, separazioni, errori e tentativi di ricominciare. 

Questa struttura possiede certamente un suo fascino, perché rende la lettura simile a un lavoro di ricostruzione della memoria. Tuttavia, qualche riferimento cronologico più preciso avrebbe forse aiutato a orientarsi meglio nei diversi periodi della vita del protagonista. Non per togliere spazio all’immaginazione, ma per consentire al lettore di collocare con maggiore immediatezza le vicende personali di Ninetto dentro la grande storia dell’Italia del suo tempo. In alcuni passaggi si avverte, infatti, il bisogno di sapere con maggiore precisione quanto tempo sia trascorso e in quale fase della vita ci si trovi. È, comunque, un piccolo limite rispetto a una narrazione che, proprio nella sua gradualità, chiede di essere seguita fino all’ultima pagina. 

Tra i personaggi che più mi hanno invitato alla riflessione personale vi è certamente zia Filomena, la «gobbetta precisina», sorella della madre di Ninetto. In una letteratura, ma anche in un linguaggio quotidiano, dove non mancano espressioni come «parenti serpenti» o «fratelli coltelli», la figura di Filomena offre un’immagine completamente diversa dei legami familiari. Quando la sorella viene colpita da un colpo apoplettico e diventa fragile e dipendente dagli altri, è proprio Filomena a prendersene cura. La lava, le dà da mangiare, le sta vicino. E anche durante il ricovero della sorella in ospedale a Catania continua ad assisterla, andando spesso a trovarla. 

È una presenza che non fa rumore e che, forse proprio per questo, merita di essere osservata con particolare attenzione. Mentre altri, ovvero il protagonista (figlio) e in particolare il marito, sembrano incapaci di assumersi fino in fondo il peso delle responsabilità familiari, Filomena compie ciò che nella vita di tante famiglie viene compiuto quotidianamente da persone quasi invisibili: si prende cura di chi non riesce più a prendersi cura di sé. 

Forse, allora, accanto ai «parenti serpenti», bisognerebbe imparare a riconoscere anche i «parenti angeli». Non angeli perché perfetti, ma perché capaci di restare. Perché quando la malattia, la vecchiaia o la fragilità trasformano una persona in un impegno quotidiano, non voltano lo sguardo dall’altra parte. L’amore familiare, in fondo, non si misura soltanto nei giorni delle feste o nelle parole pronunciate davanti agli altri. Talvolta si misura in un piatto preparato, in una persona lavata, in una visita in ospedale, in un gesto ripetuto ogni giorno senza ricevere applausi. 

Un’altra figura che rimane impressa è quella del maestro Vincenzo. Ci sono persone che incontriamo durante l’infanzia e che, senza che allora possiamo comprenderne pienamente l’importanza, lasciano dentro di noi qualcosa destinato a durare. Il maestro insegna poesie da imparare a memoria, ma il suo insegnamento non si esaurisce certamente nella capacità di ricordare dei versi. Attraverso la scuola passano anche valori, esempi, parole e modi di guardare il mondo. Forse un buon maestro non è soltanto colui che ci insegna qualcosa, ma colui che ci lascia dentro qualcosa. Anni dopo possiamo dimenticare una data, una formula o una lezione, ma può rimanere viva una frase ascoltata in aula, un incoraggiamento ricevuto nel momento giusto, un valore trasmesso quasi senza accorgercene. Ecco perché alcune persone non ci abbandonano neppure quando la morte ce le porta via: continuano a vivere nel modo in cui abbiamo imparato a pensare, a scegliere e a stare accanto agli altri. 

La vicenda di Ninetto Giacalone porta poi a confrontarsi con un’altra verità, meno consolante: nella vita esistono errori che possono diventare più grandi di noi. Errori commessi magari in un momento di leggerezza, di rabbia, di incoscienza o di stupidità, ma le cui conseguenze possono accompagnarci per anni, se non per tutta la vita. Ninetto commette un errore grave e, proprio perché grave, lo pagherà con il carcere. È forse uno degli aspetti più amari dell’esistenza umana: non sempre il tempo cancella ciò che abbiamo fatto. Possiamo cambiare, maturare, comprendere il male commesso e perfino pentircene sinceramente, ma non per questo le conseguenze scompaiono. La maturità, allora, non consiste nel pensare di essere ormai immuni dagli sbagli. Anzi, le ultime pagine sembrano suggerire proprio il contrario: anche quando si è avanti con gli anni si può correre il rischio di compiere ancora un gesto irragionevole, un nuovo errore capace di mettere in discussione ciò che si è costruito. 

Forse la vera saggezza consiste nel non dimenticare mai quanto possa essere sottile il confine tra una scelta e un disastro. Nessuno può considerarsi definitivamente al sicuro dalla propria impulsività. Crescere non significa diventare incapaci di sbagliare, ma imparare a riconoscere, prima che sia troppo tardi, quelle strade che abbiamo già percorso e che sappiamo dove possono condurci. 

Tra le frasi più significative del romanzo vi è quella pronunciata da Ninetto: «È una disdetta essere figli unici. Ti manca una parola importante del vocabolario, fratello» (pag. 157). È una riflessione apparentemente semplice, ma capace di aprire molte considerazioni. Un fratello non è soltanto un componente della famiglia. È una parola che porta con sé un’esperienza particolare: significa condividere le origini, i ricordi dell’infanzia, i genitori, le liti e le riconciliazioni. Naturalmente anche tra fratelli possono nascere conflitti profondi e non sempre il legame di sangue garantisce affetto o vicinanza. Tuttavia, quella frase sembra indicare il senso di un’assenza. Ninetto, figlio unico, non ha accanto qualcuno che possa dire: «Ricordi anche tu?». Qualcuno che abbia visto la stessa casa, conosciuto gli stessi genitori da una prospettiva diversa e attraversato, insieme a lui, una parte della medesima storia. Essere figli unici non significa necessariamente essere soli, ma significa non conoscere una relazione che nessun’altra può riprodurre esattamente. Un amico può diventare quasi un fratello, e talvolta può esserlo persino più di un fratello biologico; ma la parola «fratello» conserva comunque un significato particolare. Per Ninetto, forse, quella parola mancante dal vocabolario diventa anche il simbolo di una solitudine più profonda: quella di chi deve portare da solo il peso della propria memoria.

Ma L’ultimo arrivato è anche un romanzo che permette di riflettere sull’emigrazione italiana. Attraverso la storia di chi, negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, lasciò il Meridione per raggiungere Milano e il Nord industriale, emerge una pagina della nostra storia che non dovrebbe essere dimenticata. Migliaia di uomini e donne partirono con poche cose e molte speranze, cercando lavoro e una possibilità di costruirsi un futuro. Non trovarono però sempre accoglienza. Trovarono spesso lavori duri, abitazioni precarie, sfruttamento, diffidenza e il dolore di sentirsi stranieri pur rimanendo all’interno del proprio Paese. È difficile non vedere, in queste pagine della nostra storia, un richiamo al presente. Oggi, in molte situazioni, sono i migranti provenienti da altri Paesi a vivere condizioni di precarietà, difficoltà abitativa e sfruttamento lavorativo. La storia, sotto certi aspetti, sembra ripetersi. E proprio perché conosciamo ciò che hanno vissuto tanti italiani, dovremmo avere la capacità di affrontare il fenomeno migratorio senza retorica. 

Sarebbe un errore pensare che la soluzione consista soltanto nel ripetere slogan sull’accoglienza o sull’integrazione. Ma sarebbe altrettanto grave ignorare il problema, lasciando migliaia di persone in una condizione di marginalità nella quale diventa più facile essere sfruttati dalla criminalità, dal lavoro nero e da chi approfitta della loro fragilità. 

Accogliere non può significare semplicemente permettere a chiunque di arrivare e poi abbandonarlo a se stesso. L’integrazione non è una parola magica, ma un percorso che richiede regole, diritti e doveri. Servono leggi chiare, applicabili e capaci di distinguere tra chi può essere realmente accolto, chi desidera rispettare le leggi e costruirsi un futuro, e chi invece non possiede i requisiti per rimanere nel Paese. Allo stesso tempo, chi viene accolto non può essere lasciato senza lavoro, senza una casa e senza prospettive, perché una grande città come Milano non può trasformarsi in un luogo dove persone prive di mezzi e di riferimenti finiscono inevitabilmente nelle mani dello sfruttamento o, in alcuni casi, della criminalità. 

La dignità umana e la sicurezza di una società non sono valori contrapposti. Possono e devono procedere insieme. Una politica seria dovrebbe avere il coraggio di abbandonare tanto l’accoglienza indiscriminata quanto il rifiuto indiscriminato, scegliendo invece la strada più difficile: quella delle regole giuste, della responsabilità e della reale possibilità di integrazione. 

Forse è anche questo uno dei meriti di un romanzo come L’ultimo arrivato: raccontando una vicenda individuale, riesce a riportarci davanti a questioni che non appartengono soltanto al passato. Ninetto Giacalone è un uomo, con i suoi difetti, le sue cadute, i suoi affetti e le sue contraddizioni, ma la sua storia diventa anche la storia di tanti altri. Di chi è partito, di chi è arrivato in una città sconosciuta, di chi ha dovuto imparare a ricominciare. 

Alla fine, ciò che resta maggiormente impresso non è soltanto la storia di un «ultimo arrivato», ma la consapevolezza che, in un momento o nell’altro della vita, quasi tutti possiamo esserlo. Arriviamo in un luogo che non conosciamo, in una nuova fase dell’esistenza, in una famiglia, in un lavoro, perfino dentro un dolore che non avevamo previsto. E ogni volta dobbiamo capire chi siamo e che cosa faremo di ciò che ci è accaduto. 

Forse la vita di Ninetto insegna proprio questo: non possiamo cambiare il luogo da cui siamo partiti, né cancellare gli errori commessi lungo il cammino, ma possiamo continuare a interrogarci su ciò che vogliamo diventare. E, talvolta, è proprio questa domanda a impedirci di essere davvero gli ultimi arrivati nella nostra stessa vita. (Carlo Silvano)

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Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sulla piattaforma della libreria Feltrinelli: Libri di Carlo Silvano presso Feltrinelli 


 

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