Il canto che eleva l’anima a Dio
In ogni epoca della storia della Chiesa, la liturgia ha trovato nella musica sacra una delle sue espressioni più alte. Non come semplice accompagnamento della preghiera, ma come autentico strumento di elevazione spirituale, capace di condurre l’anima verso il mistero di Dio. La testimonianza di Walter Baldissera (residente nella diocesi di Treviso) offre una riflessione semplice ma profonda su una dimensione essenziale della Messa in vetus ordo: il rapporto tra il canto sacro, il raccoglimento interiore e l’adorazione.
La sua esperienza affonda le radici nell’infanzia. Tra il 1958 e il 1966, Walter è cresciuto all’interno di una struttura religiosa dove ha avuto la possibilità di servire la Santa Messa secondo il rito tradizionale della Chiesa. Furono anni importanti, non soltanto per l’apprendimento delle rubriche liturgiche, ma anche per la formazione spirituale ricevuta da religiosi che gli trasmisero il valore del canto gregoriano e il significato profondo del raccoglimento durante le celebrazioni.
Non si trattava semplicemente di imparare delle melodie o delle formule rituali. Attraverso il canto sacro egli veniva introdotto a una particolare visione della liturgia: quella che considera la Santa Messa come un incontro reale con il Mistero di Dio e non come una semplice riunione della comunità cristiana. Il canto, in questa prospettiva, diventa una scuola di contemplazione.
La celebre espressione attribuita a sant’Agostino, «Chi canta prega due volte», sintetizza efficacemente questa realtà. Quando il canto nasce dalla fede e si inserisce armoniosamente nella liturgia, esso non rappresenta un elemento accessorio, ma diventa una forma privilegiata di preghiera. Attraverso la musica sacra il cuore si dispone alla lode, all’adorazione e alla contemplazione.
Walter sottolinea come il canto aiuti il fedele ad abituarsi già sulla terra a ciò che, secondo la fede cristiana, costituirà la beatitudine eterna: la lode incessante di Dio. La liturgia terrestre diventa così una sorta di anticipazione della liturgia celeste. Le melodie gregoriane, prive di protagonismi e orientate esclusivamente alla gloria divina, sembrano voler aprire una finestra sul Paradiso.
Questa dimensione appare particolarmente evidente nella celebrazione della Santa Messa tradizionale. Il vetus ordo conserva infatti un rapporto strettissimo tra canto e silenzio. Non si tratta di due realtà contrapposte, ma complementari. Il canto prepara al silenzio e il silenzio permette al canto di risuonare nel cuore. Entrambi conducono il fedele verso l’adorazione.
La Messa viene percepita da Walter Baldissera come il rinnovo incruento del Sacrificio del Calvario. Durante la celebrazione eucaristica il cristiano non assiste semplicemente a un ricordo simbolico della Passione di Cristo, ma viene misteriosamente reso presente al Sacrificio redentore del Signore. In questo contesto il canto sacro assume una funzione profondamente teologica: esso aiuta l’anima a entrare nel mistero che si celebra.
Particolarmente significativa è la riflessione sulla presenza della Vergine Maria. Sul Calvario, accanto alla Croce, vi era la Madre di Dio che partecipava interiormente al sacrificio del Figlio. Secondo la spiritualità tradizionale, la Madonna continua ad accompagnare ogni celebrazione eucaristica. Il canto sacro, unito al silenzio e alla contemplazione, favorisce proprio questa percezione soprannaturale della liturgia, aiutando il fedele a sentirsi parte di una realtà che supera il tempo e lo spazio.
Tra i momenti più amati da Walter vi sono le Messe solenni, nelle quali il patrimonio musicale della Chiesa si manifesta in tutta la sua ricchezza. I Kyriale gregoriani, gli inni tradizionali, i mottetti polifonici e le composizioni di grandi autori come Lorenzo Perosi rappresentano, ai suoi occhi, autentici tesori spirituali.
Non è un caso che per secoli monasteri, abbazie e comunità religiose abbiano custodito e sviluppato la musica sacra. Dal VII e VIII secolo in poi, generazioni di monaci hanno dedicato la propria vita non solo alla preghiera e al lavoro, ma anche alla conservazione di un patrimonio musicale destinato a elevare l’anima verso Dio. Attraverso il gregoriano e la polifonia la Chiesa ha generato opere che ancora oggi conservano una straordinaria capacità di parlare al cuore dell’uomo.
Questa eredità, tuttavia, rischia di essere dimenticata. Walter esprime con rispetto, ma anche con una certa amarezza, la constatazione che in molte chiese contemporanee si preferiscano testi e musiche che poco hanno a che vedere con il senso del sacro, della preghiera e del raccoglimento. La musica liturgica, quando perde il suo orientamento verticale, rischia infatti di trasformarsi in semplice intrattenimento o in espressione emotiva della comunità.
La tradizione della Chiesa ha sempre insegnato che la musica sacra deve possedere caratteristiche precise: santità, bontà delle forme e universalità. Essa deve aiutare il fedele a pregare, non distrarlo; deve orientare verso Dio, non verso l’esecutore; deve favorire il raccoglimento, non alimentare il protagonismo umano.
Per questo motivo la testimonianza di Walter assume un valore che va oltre il ricordo personale. Essa richiama una questione centrale per il futuro della liturgia cattolica: la necessità di riscoprire la musica sacra come autentico strumento di evangelizzazione e di santificazione.
Particolarmente significativa è la sua speranza nei confronti delle nuove generazioni. In un mondo dominato dal rumore, dalla velocità e dalla comunicazione incessante, il gregoriano e la grande tradizione musicale della Chiesa possono apparire a molti giovani come una proposta inattesa, ma profondamente affascinante. Sempre più ragazzi e ragazze che si avvicinano al vetus ordo testimoniano, infatti, di essere attratti proprio dal silenzio, dalla bellezza e dalla sacralità che il canto tradizionale contribuisce a creare.
La musica sacra non appartiene al passato. Essa rappresenta una ricchezza sempre attuale, capace di parlare all’uomo contemporaneo assetato di trascendenza. Il canto gregoriano, i mottetti e la polifonia non sono semplicemente espressioni artistiche di epoche lontane, ma strumenti attraverso i quali la Chiesa continua a guidare i fedeli verso l’incontro con Dio.
La riflessione di Walter Baldissera ci ricorda che la liturgia non è soltanto qualcosa da comprendere con la mente, ma una realtà da vivere con tutto il proprio essere. Quando il canto sacro si unisce al silenzio, alla preghiera e all’adorazione, il fedele scopre che la Messa non è semplicemente un rito da assistere, ma una partecipazione al mistero della redenzione. E proprio in quel momento la musica diventa ciò che la tradizione cristiana ha sempre riconosciuto in essa: una via privilegiata che conduce l’anima verso il Cielo. (a cura di Carlo Silvano)
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