Davanti alla Croce dimenticata
Quando contempliamo Gesù crocifisso, siamo portati spontaneamente a fissare lo sguardo sulle ferite del suo corpo, sul sangue versato, sulla corona di spine, sui chiodi che trapassano le sue mani e i suoi piedi. Eppure i Vangeli ci invitano a osservare anche un altro aspetto della Passione: l’atteggiamento di coloro che stavano attorno alla Croce.
Mentre il Figlio di Dio offriva se stesso per la salvezza del mondo, non era circondato soltanto da dolore e compassione. Attorno a Lui risuonavano parole di scherno, di derisione e di disprezzo. I passanti lo insultavano scuotendo il capo (Mt 27,39). I capi del popolo lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso!» (Mt 27,42). I soldati lo schernivano e lo provocavano (Lc 23,36-37). Persino uno dei malfattori crocifissi accanto a Lui lo insultava (Lc 23,39).
È una scena che colpisce profondamente. Gesù sta compiendo l’atto supremo dell’amore. Sta offrendo liberamente la sua vita per coloro che lo stanno offendendo. Sta portando sulle proprie spalle il peso del peccato del mondo. Eppure molti di coloro che assistono a quell’evento non comprendono ciò che sta accadendo. Vedono un condannato; non riconoscono il Redentore. Vedono un uomo sconfitto; non comprendono che stanno assistendo alla vittoria definitiva dell’amore sul peccato e sulla morte.
Il dolore di Gesù Cristo non è soltanto fisico. Certamente le sofferenze del corpo sono terribili. La flagellazione, il cammino verso il Golgota, la crocifissione stessa costituiscono una tortura quasi impossibile da immaginare. Ma i Vangeli lasciano intravedere anche un dolore spirituale e morale. Gesù sperimenta il rifiuto, l’ingratitudine, l’abbandono. Colui che è venuto per salvare viene respinto. Colui che ama fino alla fine viene deriso. Colui che dona la vita riceve in cambio insulti e scherni.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) insegna che Cristo, nella sua Passione, ha portato su di sé il peso dei peccati di tutti gli uomini e ha offerto la propria vita in sacrificio per la nostra redenzione (CCC 599-618). Sulla Croce non vi è soltanto la sofferenza di un uomo innocente; vi è il mistero del Figlio di Dio che prende su di sé le conseguenze del peccato dell’umanità per riconciliarla con il Padre (CCC 615).
Tuttavia sarebbe un errore pensare che tutto questo appartenga soltanto al passato. La scena del Calvario continua, in forme diverse, a ripetersi nella storia.
Ancora oggi Cristo viene ignorato mentre offre il suo amore. Ancora oggi viene messo da parte, ridotto a una figura marginale, svuotato del suo significato salvifico. Ancora oggi molti guardano alla Croce senza comprenderla, oppure la considerano un simbolo tra tanti, privo della sua forza redentrice.
Questo rischio può manifestarsi persino all’interno della vita ecclesiale. In particolare, esso riguarda il modo in cui viene vissuta e celebrata la Santa Messa.
La Chiesa insegna che il sacrificio della Croce e il sacrificio eucaristico sono un unico sacrificio (CCC 1367). Ecco cosa leggiamo:
Il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell'Eucaristia sono un unico sacrificio: «Si tratta infatti di una sola e identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno offrì se stesso sulla croce: diverso è solo il modo di offrirsi». «E poiché in questo divino sacrificio, che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che "si offrì una sola volta in modo cruento" sull'altare della croce, [...] questo sacrificio [è] veramente propiziatorio» (CCC 1367).
La Messa non è semplicemente un incontro fraterno, una riunione della comunità o un’occasione di socializzazione. Essa è anzitutto la presenza sacramentale del sacrificio del Calvario. Sull’altare si rende presente il sacrificio di Cristo che si offre al Padre per la salvezza del mondo (CCC 1366-1367).
Eppure non è difficile constatare che talvolta questa consapevolezza sembra affievolirsi. Vi sono celebrazioni nelle quali tutta l’attenzione sembra concentrarsi sull’assemblea, sull’animazione, sull’intrattenimento o sull’espressione dei sentimenti della comunità. In alcuni casi il linguaggio, i gesti e perfino lo stile celebrativo finiscono per oscurare la dimensione sacrificale dell’Eucaristia.
Naturalmente la liturgia deve essere viva, partecipata e comprensibile. La Chiesa desidera che i fedeli partecipino pienamente all’azione liturgica. Tuttavia la partecipazione autentica non consiste nel porre al centro noi stessi, bensì nel lasciarci attirare dentro il sacrificio di Cristo.
Quando la Croce scompare dall’orizzonte spirituale della celebrazione, la Messa rischia di essere percepita come qualcosa di radicalmente diverso da ciò che realmente è. Se il Golgota non è più il punto di riferimento, il mistero eucaristico perde la sua profondità. Se non si comprende che sull’altare è presente il sacrificio redentore di Cristo, si finisce inevitabilmente per ridurre la liturgia a un’esperienza umana, per quanto intensa o coinvolgente possa apparire.
Forse la domanda più importante che ogni credente dovrebbe porsi è questa: quando partecipo alla Messa, mi trovo realmente ai piedi della Croce? Riconosco nell’altare il luogo in cui si rende presente il sacrificio del Signore? Comprendo che Colui che si dona nell’Eucaristia è lo stesso che ha sofferto, è stato deriso, insultato e crocifisso sul Golgota?
La contemplazione della Passione ci invita a riscoprire il senso più profondo dell’Eucaristia. Essa ci ricorda che la salvezza non è nata da un consenso umano, da un successo terreno o da una manifestazione di potere. È nata da un amore che ha accettato di essere respinto. È nata da un Dio che ha scelto di lasciarsi inchiodare alla Croce. È nata da un sacrificio che continua a rendersi presente nella Chiesa fino alla fine dei tempi.
Per questo, ogni volta che partecipiamo alla Santa Messa, dovremmo domandarci da quale parte vogliamo stare. Dalla parte di coloro che sul Calvario passavano oltre senza comprendere, deridendo il Crocifisso? O dalla parte di Maria, di Giovanni e del buon ladrone, che seppero riconoscere nel volto sfigurato di Gesù il volto stesso dell’Amore?
La risposta a questa domanda non riguarda soltanto il nostro modo di guardare la Croce. Riguarda anche il nostro modo di vivere e di celebrare il mistero eucaristico, nel quale il sacrificio del Golgota continua a parlare al cuore del mondo. (Carlo Silvano)
_________________________
Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sul collegamento alla Libreria IBS: Libri di Carlo Silvano




Commenti
Posta un commento