“Introibo ad altare Dei”:
la gioia della giovinezza
ritrovata davanti all’altare
di Carlo Silvano
Nei giorni trascorsi partecipando alla Santa Messa secondo il Vetus Ordo, ho vissuto un’esperienza spirituale che mi ha profondamente interrogato e, nello stesso tempo, consolato. All’inizio della liturgia ho ascoltato la preghiera del Salmo: «Introibo ad altare Dei: ad Deum qui laetificat juventutem meam» («Salirò all’altare di Dio, a Dio che allieta la mia giovinezza») (Sal 42,4). Queste parole, che all’inizio mi sembravano soltanto una formula antica, hanno lentamente acquistato un significato sempre più vivo.
La circostanza nella quale venivano celebrate queste Messe contribuiva in modo singolare alla meditazione. La cappella era un vecchio granaio adattato con semplicità al culto divino. Non vi erano decorazioni sontuose né ricercatezze architettoniche; tutto parlava di essenzialità. Durante la celebrazione si udivano distintamente il canto delle galline, i muggiti dei vitelli e i rumori della campagna circostante. All’inizio questi suoni sembravano quasi una distrazione; poi, poco a poco, sono diventati parte integrante della mia preghiera.
Mi sono reso conto che il Figlio di Dio non ha scelto di manifestarsi innanzitutto nei palazzi del potere o nei luoghi della ricchezza, ma nella semplicità di una stalla, tra gli animali, nella povertà di Betlemme (Lc 2,7). Anche gran parte della sua vita pubblica si è svolta lungo le rive del lago, sui monti, nei campi coltivati, nei villaggi della Galilea, dove la natura e il lavoro quotidiano degli uomini costituivano il contesto ordinario dell’annuncio del Regno. Gesù stesso invita a contemplare gli uccelli del cielo e i gigli del campo per imparare ad abbandonarsi alla provvidenza del Padre (Mt 6,26-30). Persino le immagini delle pecore, dei pastori, del grano, della vite e dei tralci diventano strumenti privilegiati attraverso i quali Egli rivela i misteri del Regno di Dio (Gv 10,11-16; Gv 15,1-8).
In quella cappella improvvisata, i versi degli animali non rompevano il silenzio della liturgia; sembravano piuttosto ricordarmi che tutta la creazione, anche inconsapevolmente, rende gloria al suo Creatore. Ho compreso con maggiore intensità quanto insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica: il creato possiede una propria bontà e una propria perfezione, poiché tutte le creature riflettono, ciascuna a suo modo, un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio (CCC 339). Per questo motivo la creazione intera è ordinata alla gloria di Dio e partecipa, secondo la propria natura, al suo disegno salvifico (CCC 293-294).
Le parole «ad Deum qui laetificat juventutem meam» hanno assunto allora un significato nuovo. Non parlano semplicemente della giovinezza anagrafica, destinata inevitabilmente a passare, ma della giovinezza del cuore, che Dio continuamente rinnova. Il salmista non dice che è la forza umana a rendere giovane l’uomo, bensì Dio stesso. La vera giovinezza consiste nella capacità dell’anima di lasciarsi continuamente rigenerare dalla grazia.
Questo trova il suo pieno compimento nell’Eucaristia. Cristo non offre soltanto un insegnamento o un esempio morale: dona realmente se stesso come nutrimento di vita eterna (Gv 6,51-58). Ogni volta che ci accostiamo all’altare, Egli rinnova interiormente l’uomo, facendo crescere la vita della grazia ricevuta nel Battesimo (CCC 1391-1392). L’altare diventa così il luogo nel quale Dio restituisce continuamente la freschezza della fede, la speranza che non delude e la carità che trasforma il cuore.
Anche la forma liturgica del Vetus Ordo mi ha aiutato a cogliere questa verità. L’orientamento comune del sacerdote e dei fedeli verso il Signore, il silenzio, il latino, i gesti misurati e il senso profondo del sacro sembravano ricordarmi continuamente che il protagonista della liturgia non è l’uomo, ma Dio. La liturgia non nasce dalla creatività dell’assemblea, ma è anzitutto partecipazione all’opera stessa di Cristo, Sommo Sacerdote, che continua a glorificare il Padre e a santificare gli uomini (CCC 1069-1070).
In quel vecchio granaio trasformato in cappella ho sperimentato anche una lezione di umiltà. La dignità della Santa Messa non dipende dalla ricchezza dell’edificio, ma dalla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Là dove viene celebrato validamente il Sacrificio eucaristico, il cielo si apre sulla terra. Il Catechismo insegna infatti che l’Eucaristia è «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» (CCC 1324) e rende presente sacramentalmente l’unico sacrificio della Croce (CCC 1362-1367). Nulla può aggiungere o togliere valore a questo mistero.
Proprio i rumori della campagna mi hanno aiutato a comprendere un altro aspetto della liturgia. Essi mi ricordavano che il sacrificio eucaristico non estranea il cristiano dal mondo, ma lo riconduce al mondo con uno sguardo trasfigurato. L’intera creazione è chiamata a essere ricapitolata in Cristo (Ef 1,10). Nell’Eucaristia il pane e il vino, frutti della terra e del lavoro dell’uomo, diventano il Corpo e il Sangue del Signore (CCC 1333). In questo modo tutta la realtà creata viene misteriosamente orientata verso la sua destinazione definitiva: la gloria di Dio.
In questi giorni, allora, porto nel cuore una convinzione semplice ma profonda. La vera bellezza della liturgia non consiste anzitutto nelle sue forme esteriori, pur importanti, ma nella presenza viva di Cristo che si dona. Eppure proprio la sobria sacralità del Vetus Ordo, unita alla povertà del luogo e alla naturale armonia della campagna, mi ha aiutato a percepire con maggiore intensità questa presenza.
Ogni volta che risuoneranno le parole «Introibo ad altare Dei», credo che non penserò più soltanto all’inizio della Messa. Penserò piuttosto al cammino quotidiano del cristiano, chiamato ogni giorno a salire interiormente verso Dio. E quando ascolterò «ad Deum qui laetificat juventutem meam», ricorderò che soltanto l’incontro con Cristo può conservare giovane il cuore dell’uomo, perché Egli rinnova continuamente la vita di chi si lascia incontrare nel mistero della sua presenza eucaristica. Come i discepoli di Emmaus riconobbero il Risorto nello spezzare il pane (Lc 24,30-32), così anche oggi ogni Santa Messa diventa il luogo privilegiato nel quale il Signore ravviva la fede, illumina l’intelligenza e restituisce al cuore quella gioia che il mondo non può dare (Gv 15,11).
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Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sul collegamento alla libreria Feltrinelli: Libri di Carlo Silvano alla Feltrinelli




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