Dagli inferi alla vita:
la Pasqua di Cristo,
speranza per ogni uomo
di Carlo Silvano
L’affermazione «Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire» (cfr. 1 Sam 2,6) racchiude uno dei misteri più profondi della rivelazione biblica: Dio è il Signore della vita e della morte, non perché eserciti un potere arbitrario sull’uomo, ma perché conduce ogni esistenza verso la pienezza della comunione con Lui. Alla luce dei Vangeli e del Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), queste parole trovano il loro compimento nella persona di Gesù Cristo, morto e risorto per la salvezza del mondo.
La morte, agli occhi dell’uomo, appare spesso come la sconfitta definitiva. Il Vangelo, invece, mostra che Dio è capace di trasformare ciò che sembra perduto in una nuova possibilità di vita. Gesù stesso dichiara: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,25). In queste parole non vi è soltanto una promessa futura, ma una realtà già presente: chi accoglie Cristo entra fin d’ora in una vita che la morte non può distruggere. Il Catechismo insegna che «con la sua morte Cristo ha liberato gli uomini dal peccato e con la sua risurrezione ha aperto loro l’accesso a una vita nuova» (CCC 654).
Il Signore «fa morire» innanzitutto ciò che nell’uomo è segnato dal peccato, dall’egoismo e dalla chiusura al bene. Gesù insegna che per portare frutto occorre passare attraverso una sorta di morte spirituale: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). La logica evangelica è paradossale: ciò che viene consegnato a Dio non viene annientato, ma trasformato. Così le prove, le sofferenze e persino le sconfitte possono diventare luoghi di maturazione della fede e di incontro con il Signore.
L’espressione «scendere agli inferi» richiama direttamente il mistero pasquale. Dopo la sua morte, Cristo discese nella dimora dei morti per annunciare la salvezza ai giusti che lo avevano preceduto. Il Catechismo afferma: «Gesù è disceso nelle profondità della morte affinché i morti udissero la voce del Figlio di Dio e, ascoltandola, vivessero» (CCC 635). La discesa agli inferi manifesta che non esiste alcuna oscurità umana nella quale Dio non possa entrare. Cristo raggiunge persino l’abisso della morte per riempirlo della sua presenza salvifica.
Questa verità possiede anche una dimensione esistenziale. Ogni uomo conosce momenti di “inferi”: il dolore, la solitudine, il peccato, la perdita del senso della vita. Il Vangelo mostra che Gesù non rimane distante da queste esperienze, ma le assume su di sé. Sulla croce egli sperimenta l’abbandono e la sofferenza estrema quando dice: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34), e ciò affinché nessun uomo possa sentirsi definitivamente escluso dall’amore del Padre. La sua discesa agli inferi diventa così il segno della solidarietà divina con ogni sofferenza umana.
Ma la discesa non è l’ultima parola. Cristo risale vittorioso dalla morte. Le donne trovano il sepolcro vuoto e ascoltano l’annuncio decisivo della fede cristiana: «Non è qui. È risorto» (Lc 24,6). La risurrezione non rappresenta semplicemente il ritorno alla vita terrena, ma l’ingresso dell’umanità di Cristo nella gloria eterna di Dio. Per questo il Catechismo insegna che la risurrezione è «il culmine dell’Incarnazione» e la conferma definitiva della divinità di Gesù (CCC 651).
In tale prospettiva, l’affermazione «Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire» rivela che Dio è il Signore delle trasformazioni decisive dell’esistenza. Egli non elimina magicamente il dolore o la morte, ma li attraversa e li vince dall’interno. La Pasqua di Cristo insegna che nessuna tomba è definitiva, nessuna notte è senza aurora, nessuna caduta è irreversibile per chi si affida alla misericordia divina.
La vita cristiana consiste proprio nell’entrare in questo dinamismo pasquale: morire al peccato per vivere nella grazia (Rm 6,4, richiamato dal CCC 628), scendere nelle profondità della propria fragilità per riscoprire la forza della misericordia di Dio, attraversare le prove con la certezza che il Signore conduce sempre verso una risurrezione. La potenza divina non si manifesta principalmente nel dominare, ma nel ridare vita; non nel condannare, ma nel salvare.
Pertanto, questa affermazione non parla soltanto del potere di Dio sulla vita e sulla morte, ma del suo amore fedele che accompagna l’uomo in ogni passaggio della sua esistenza. In Cristo morto, disceso agli inferi e risorto, comprendiamo che il Signore non abbandona mai le sue creature: Egli entra nelle loro tenebre per condurle alla luce, nella loro morte per donare la vita, nelle loro cadute per innalzarle alla gloria. È il Dio della Pasqua, che continuamente trasforma la fine in un nuovo inizio e che invita ogni credente a confidare nella promessa: «Perché io vivo e voi vivrete» (Gv 14,19; cfr. CCC 989-991).
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