Non più stranieri:
costruire ogni giorno
una casa dove Cristo possa abitare
di Carlo Silvano
Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito (Ef 2,19-22).
Le parole di san Paolo agli Efesini sono tra le più consolanti di tutto il suo epistolario. In un mondo nel quale le persone si sentono spesso sole, incomprese e divise, l’Apostolo ricorda una verità che cambia il modo di guardare se stessi e gli altri: «Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19). La fede cristiana non è anzitutto l’adesione a un insieme di norme morali, ma l’ingresso in una famiglia, quella di Dio, resa possibile dalla morte e dalla risurrezione di Gesù Cristo.
Essere familiari di Dio significa non sentirsi mai definitivamente soli. Anche quando l’uomo sperimenta il fallimento, la delusione o il rifiuto, il Signore continua a chiamarlo figlio. Gesù stesso ha rivelato il volto di un Padre che attende, perdona e accoglie, come racconta la parabola del figlio prodigo (Lc 15,11-32). Questa certezza non elimina le difficoltà della vita, ma impedisce che esse abbiano l’ultima parola. Chi sa di appartenere a Dio affronta le prove con una speranza che nasce dalla fiducia e non dalle sole proprie forze.
Eppure il primo luogo nel quale sperimentiamo la fatica della convivenza è il nostro cuore. Ognuno conosce il conflitto tra ciò che desidera essere e ciò che realmente è. Vorremmo essere pazienti e ci scopriamo impulsivi; desidereremmo perdonare e invece custodiamo rancori; sogniamo una vita ordinata e spesso ci lasciamo dominare dall’ansia, dalla superficialità o dall’egoismo. San Paolo descrive questa lotta interiore con straordinaria sincerità quando confessa di non compiere il bene che vorrebbe, ma il male che non desidera (Rm 7,19). Il cristiano non è una persona perfetta, ma un uomo o una donna che ogni giorno ricomincia, confidando nella grazia di Dio.
Proprio perché la conversione inizia dal cuore, essa trasforma anche il modo di vivere le relazioni familiari. La casa è il luogo degli affetti più profondi, ma anche delle ferite più dolorose. Non sono le grandi tragedie a incrinare maggiormente una famiglia; spesso sono le piccole incomprensioni quotidiane, le parole pronunciate con durezza, i silenzi ostinati, la mancanza di ascolto, il tempo negato a chi ci vive accanto. È facile essere cortesi con gli estranei e diventare impazienti con le persone che amiamo di più.
Il Vangelo invita a rompere questa logica. Gesù chiede ai suoi discepoli di perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22), non perché il male sia irrilevante, ma perché il perdono impedisce al male di mettere radici nel cuore. Una famiglia non diventa forte perché al suo interno non esistono problemi, ma perché ciascuno trova il coraggio di chiedere scusa, di ricominciare e di mettere il bene dell’altro prima del proprio orgoglio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) ricorda che la famiglia cristiana è una “Chiesa domestica”, il primo luogo nel quale si impara la fede, la carità e la comunione (CCC 1655-1658). Ogni gesto di pazienza, ogni riconciliazione, ogni parola che costruisce invece di ferire diventa una pietra con la quale Dio continua a edificare la sua casa.
Le stesse dinamiche si ripresentano nel mondo del lavoro. Anche lì convivono talenti e fragilità, collaborazione e rivalità, generosità e ricerca del proprio interesse. Non è raro incontrare ambienti segnati dall’invidia, dalla competizione esasperata, dalla mancanza di rispetto o dall’indifferenza verso le difficoltà altrui. In queste situazioni il cristiano è chiamato a testimoniare uno stile diverso. San Paolo esorta a fare ogni cosa «di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini» (Col 3,23). Il lavoro non è soltanto uno strumento per guadagnarsi da vivere; è anche un luogo nel quale esercitare la giustizia, la lealtà, la solidarietà e il rispetto della dignità di ogni persona.
Ciò non significa accettare passivamente le ingiustizie o rinunciare a difendere i propri diritti. Significa, piuttosto, non permettere che il male degli altri trasformi anche il nostro cuore. Quando il rancore diventa il criterio delle relazioni, il luogo di lavoro si trasforma in uno spazio di continua diffidenza. Quando, invece, prevalgono l’onestà, il dialogo e la disponibilità ad aiutarsi reciprocamente, anche un ambiente difficile può diventare più umano.
San Paolo utilizza poi un’immagine di straordinaria bellezza: la comunità dei credenti è un edificio costruito su Cristo, «pietra angolare» (Ef 2,20). Nell’architettura antica la pietra angolare era quella che dava stabilità e orientamento a tutta la costruzione. Se essa era collocata male, l’intero edificio risultava fragile. Così è anche per la vita dell’uomo. Quando il successo, il denaro, il prestigio o l’affermazione personale diventano il fondamento dell’esistenza, basta una crisi, una malattia o una delusione per far crollare tutto. Solo Cristo può sostenere il peso della nostra vita, perché soltanto Lui rimane fedele quando tutto il resto cambia.
Il Catechismo insegna che Gesù è il fondamento vivo della Chiesa e che tutti i fedeli sono chiamati a diventare pietre vive dell’edificio spirituale (CCC 756; 782). Questo significa che nessun cristiano cresce da solo. La fede si alimenta nella comunione, nell’ascolto della Parola, nella partecipazione ai sacramenti e nella carità vissuta concretamente. Ogni volta che costruiamo divisioni, mormorazioni o inimicizie, indeboliamo quell’edificio di cui anche noi facciamo parte. Ogni volta che scegliamo la verità, il perdono e la fraternità, contribuiamo invece a renderlo più solido.
L’espressione conclusiva di san Paolo è forse la più sorprendente: siamo edificati «per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,22). Dio non desidera abitare soltanto nelle chiese di pietra, ma soprattutto nel cuore dell’uomo. Ogni battezzato è chiamato a diventare un luogo nel quale gli altri possano intuire qualcosa della presenza del Signore. Questo avviene non attraverso gesti straordinari, ma nella fedeltà alle piccole cose di ogni giorno: una parola gentile invece di una risposta aggressiva, un ascolto paziente invece di un giudizio affrettato, un atto di onestà quando sarebbe più facile approfittarne, una mano tesa a chi è scoraggiato.
Viviamo in una società che, pur essendo sempre più connessa, conosce una crescente solitudine. Molti abitano sotto lo stesso tetto senza comunicare davvero; lavorano fianco a fianco senza conoscersi; condividono spazi senza costruire relazioni autentiche. Le parole dell’Apostolo ricordano che nessuno è chiamato a vivere da straniero. In Cristo ciascuno può trovare una casa che nessuna crisi economica, nessun conflitto familiare e nessuna delusione umana possono distruggere.
Essere «familiari di Dio» è dunque una vocazione che trasforma ogni ambiente della vita. Significa imparare, giorno dopo giorno, a costruire invece di demolire, a unire invece di dividere, a servire invece di pretendere. È un cammino impegnativo, perché passa attraverso la conversione del cuore, ma è anche una sorgente inesauribile di speranza. Quando Cristo rimane la pietra angolare della nostra esistenza, anche le inevitabili difficoltà con noi stessi, in famiglia e nei luoghi di lavoro non diventano motivo di scoraggiamento, ma occasioni nelle quali lo Spirito Santo continua pazientemente a edificare in noi quella dimora nella quale Dio desidera abitare per sempre.
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