La forza dell’abbandono:
quando il silenzio diventa luogo
dell’incontro con Dio
Viviamo in un tempo che ci educa a credere che la sicurezza dipenda dalla capacità di prevedere, pianificare e controllare ogni aspetto dell’esistenza. Eppure, proprio quando ci sforziamo di trattenere tutto tra le mani, sperimentiamo quanto esse siano fragili. La fede cristiana propone un cammino sorprendentemente diverso: la vera forza non nasce dall’illusione dell’autosufficienza, ma dalla fiducia che permette di lasciare spazio a Dio. Non si tratta di rinunciare alla responsabilità o all’impegno, bensì di riconoscere che la vita trova il suo orientamento più autentico quando l’uomo accetta di non essere il padrone assoluto del proprio destino.
Nei Vangeli Gesù invita continuamente i suoi discepoli a liberarsi dall’ansia del controllo. «Non preoccupatevi dunque del domani» (Mt 6,34) non è un’esortazione all’improvvisazione, ma una chiamata a vivere il presente nella certezza che il Padre accompagna ogni passo dei suoi figli. L’ansia di dominare ogni evento nasce spesso dalla paura di perdere qualcosa o di fallire; la fiducia evangelica, invece, permette di affrontare anche l’incertezza con uno sguardo nuovo, sapendo che Dio opera persino nelle circostanze che sfuggono ai nostri calcoli (Mt 6,25-34).
Questa disponibilità si manifesta pienamente nella preghiera di Gesù nel Getsemani. Di fronte alla prospettiva della passione, Egli non reprime la propria angoscia né pretende di controllare gli eventi. Esprime sinceramente il suo desiderio umano, ma lo consegna al Padre: «Non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). In questo abbandono non vi è debolezza, bensì la più alta espressione della libertà. La forza del Figlio consiste proprio nella comunione perfetta con la volontà del Padre, dalla quale nascerà la vittoria sulla morte.
Anche san Paolo testimonia come la vera potenza di Dio si manifesti quando l’uomo smette di confidare esclusivamente nelle proprie capacità. Dopo aver implorato il Signore di liberarlo dalla sua “spina nella carne”, riceve una risposta inattesa: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). Paolo comprende allora che la fragilità accolta con fede diventa il luogo privilegiato dell’azione divina. Non è l’efficienza umana a garantire la fecondità della vita cristiana, ma la disponibilità a lasciare che Cristo viva e operi nel credente (Gal 2,20).
Il pensiero che invita ad ascoltare una “voce silenziosa” trova una profonda risonanza nella tradizione cristiana, purché si comprenda che tale voce non coincide semplicemente con i propri sentimenti o con un’intuizione soggettiva. La Sacra Scrittura insegna che Dio parla al cuore dell’uomo, ma la sua voce domanda un continuo discernimento. Gesù stesso afferma che le sue pecore riconoscono la sua voce perché vivono in relazione con Lui (Gv 10,3-5.27). Il silenzio, dunque, non è un ripiegamento su se stessi, ma lo spazio interiore nel quale la Parola di Dio può essere accolta, meditata e trasformare la coscienza.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che nel profondo della coscienza l’uomo scopre una legge che non si è dato da sé e nella quale risuona una chiamata ad amare e a compiere il bene (CCC 1776). Questa voce interiore, però, non è autonoma rispetto a Dio: è il luogo in cui la persona è invitata a lasciarsi illuminare dalla verità divina. Per questo la coscienza necessita di essere educata e formata affinché non venga confusa con il semplice impulso soggettivo o con le emozioni del momento (CCC 1783-1785). L’ascolto autentico richiede umiltà, preghiera, confronto con la Parola di Dio e docilità all’insegnamento della Chiesa.
La forza che nasce dall’abbandono è anche il frutto dell’azione dello Spirito Santo. San Paolo insegna che «tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio» (Rm 8,14). Il cristiano non percorre la strada della vita contando esclusivamente sulle proprie risorse, ma lasciandosi condurre da Colui che conosce il cuore dell’uomo e il progetto del Padre. In questa prospettiva, la libertà non consiste nel fare tutto ciò che si desidera, bensì nel diventare capaci di seguire la verità che conduce alla vita piena.
Quando il credente rinuncia all’ossessione di controllare ogni cosa, non abdica alla propria responsabilità, ma scopre una fiducia più grande. La speranza cristiana non elimina le domande, le prove o le sofferenze; dona però la certezza che nessuna situazione è estranea alla provvidenza di Dio, il quale sa trarre il bene anche da ciò che appare incomprensibile (Rm 8,28). Questa convinzione libera dall’inquietudine sterile e apre alla perseveranza, perché la storia personale non è affidata al caso, ma all’amore fedele del Signore.
In definitiva, la forza più autentica dell’uomo non nasce dal controllo, ma dalla comunione. Essa cresce quando il cuore, pur continuando a discernere, a scegliere e ad agire con responsabilità, impara ad affidarsi a Colui che conosce la strada prima ancora che noi la vediamo. Nel silenzio della preghiera, nella luce della Parola, nella voce della coscienza rettamente formata e nell’azione discreta dello Spirito Santo, il credente scopre che Dio non si impone con il rumore, ma guida con la forza mite dell’amore. È proprio allora che la fragilità si trasforma in fiducia, l’incertezza in speranza e il cammino, pur attraversando sentieri inattesi, diventa un luogo di incontro con il Signore che precede sempre i passi di chi si affida a Lui (CCC 1817-1821). (Carlo Silvano)
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