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Cristo, l’unica roccia: il discernimento della fede in un tempo di molte voci

  

Cristo, l’unica roccia:

il discernimento della fede

in un tempo di molte voci

di Carlo Silvano

«Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine varie e peregrine» (Eb 13, 7-9a).

Il brano della Lettera agli Ebrei consegna ai cristiani di ogni tempo un criterio essenziale per non smarrire la strada della fede: guardare ai testimoni che hanno annunciato il Vangelo con la loro vita, fissare lo sguardo su Gesù Cristo e custodirsi da quelle dottrine che, pur apparendo affascinanti, allontanano lentamente dalla verità. È un testo di sorprendente attualità, perché descrive una situazione che appartiene non solo alla Chiesa delle origini, ma anche al nostro tempo, nel quale le idee si moltiplicano, le opinioni si rincorrono e la verità sembra spesso ridotta a una preferenza personale.

L’autore invita anzitutto a ricordare «i vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio» (Eb 13,7). Non si tratta di un richiamo nostalgico al passato, ma della consapevolezza che la fede cristiana non nasce dall'improvvisazione. Essa viene trasmessa da uomini e donne che hanno accolto il Vangelo, lo hanno vissuto e lo hanno consegnato alle generazioni successive. Nei Vangeli Gesù non lascia ai discepoli un libro soltanto, ma una comunità chiamata a custodire fedelmente il suo insegnamento. Per questo affida agli Apostoli il compito di insegnare «a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,20). La fede è viva proprio perché è una tradizione vivente: non un insieme di usanze da conservare, ma la trasmissione fedele della verità ricevuta da Cristo.

L’invito a imitare la fede dei pastori non significa attribuire loro una perfezione irraggiungibile. Significa piuttosto riconoscere che il Vangelo acquista credibilità quando prende forma nella vita concreta. San Paolo stesso poteva dire ai Corinzi: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1). L’autorità nella Chiesa non nasce dal potere, ma dalla testimonianza. Quando un pastore vive ciò che annuncia, rende visibile la presenza del Buon Pastore; quando invece viene meno a questa coerenza, il Vangelo non perde la sua verità, ma la sua proclamazione diventa meno luminosa.

Il cuore del brano è racchiuso in una delle affermazioni più solenni del Nuovo Testamento: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!» (Eb 13,8). In un mondo in cui tutto cambia con estrema rapidità, Cristo rimane il punto fermo della storia. Cambiano le culture, le sensibilità, le tecnologie, le forme della comunicazione, ma non cambia Colui che è la Verità fatta carne (Gv 14,6). Questa immutabilità non significa immobilismo. Cristo continua a parlare agli uomini di ogni epoca con una sorprendente novità, ma senza contraddirsi. La sua parola conserva una fecondità inesauribile proprio perché non dipende dalle mode culturali.

Da questa certezza deriva l’esortazione successiva: «Non lasciatevi sviare da dottrine varie e peregrine» (Eb 13,9). Le “dottrine peregrine” non sono semplicemente idee diverse dalle nostre; sono insegnamenti che si allontanano dal nucleo del Vangelo e finiscono per sostituire Cristo con altri criteri di salvezza. Anche oggi esse assumono forme molteplici, spesso seducenti proprio perché promettono risposte semplici a domande profonde.

Una delle dottrine più diffuse è il relativismo, secondo il quale non esisterebbe una verità valida per tutti, ma soltanto opinioni soggettive. In questa prospettiva anche Gesù diventa uno dei tanti maestri spirituali possibili e il Vangelo viene ridotto a una proposta tra le altre. Tuttavia Cristo non si presenta come uno dei tanti percorsi verso Dio; Egli afferma: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che la fede è l’adesione personale dell’uomo a Dio e, nello stesso tempo, l’assenso libero a tutta la verità che Egli ha rivelato (CCC 150). Rinunciare alla verità rivelata significa svuotare la fede del suo fondamento.

Un’altra dottrina molto presente è l’individualismo spirituale, che pretende un rapporto con Dio senza la Chiesa. Si dice spesso: “Credo a modo mio”, quasi che la fede fosse un’esperienza interamente privata. Eppure il Nuovo Testamento mostra una realtà diversa. Cristo chiama un popolo, costituisce una comunità, affida agli Apostoli una missione e promette la sua presenza nella Chiesa (Mt 16,18). San Paolo descrive i credenti come membra di un unico corpo, nel quale nessuno può vivere separato dagli altri (1Cor 12,12-27). Il Catechismo ricorda che credere è un atto personale, ma mai isolato: nessuno crede da solo, così come nessuno vive da solo la propria fede (CCC 166).

Vi è poi la tentazione di ridurre il cristianesimo a una semplice etica o a un progetto sociale. In questa prospettiva Gesù viene ammirato come maestro di solidarietà, ma non riconosciuto come Figlio di Dio morto e risorto. Si apprezza il suo insegnamento morale, mentre si mette tra parentesi il mistero della redenzione. San Paolo reagisce con forza a questa riduzione, ricordando che il centro dell’annuncio cristiano è Cristo crocifisso e risorto (1Cor 15,3-4). Senza la Pasqua, il Vangelo perde il suo cuore.

Accanto a queste forme si diffonde anche una religiosità costruita su misura, che mescola elementi cristiani con pratiche esoteriche, superstizioni, astrologia, occultismo, credenze orientali reinterpretate arbitrariamente o presunte energie spirituali. Si ricerca un benessere interiore immediato più che un incontro personale con Dio. In questo modo la fede rischia di trasformarsi in una tecnica di autorealizzazione. Il Catechismo mette in guardia da ogni forma di divinazione, magia, spiritismo e superstizione, perché esse esprimono una ricerca di sicurezza che sostituisce la fiducia nella Provvidenza con il desiderio di controllare il futuro o le forze invisibili (CCC 2110-2117). Il cristiano non cerca poteri nascosti: si affida al Signore della storia.

Esiste inoltre una mentalità che identifica il successo, la ricchezza e il benessere materiale come segni automatici della benedizione divina. Questa visione, talvolta chiamata “vangelo della prosperità”, rischia di contraddire apertamente il Vangelo. Gesù non promette ai suoi discepoli una vita priva di prove, ma invita a prendere la propria croce (Lc 9,23). San Paolo, pur segnato da persecuzioni e sofferenze, vede proprio nella debolezza il luogo nel quale si manifesta la potenza di Dio (2Cor 12,9-10). La benedizione più grande non consiste nell’assenza delle difficoltà, ma nella presenza del Signore che sostiene il credente dentro ogni prova.

Infine, una delle dottrine più insidiose consiste nel pensare che il progresso tecnologico e scientifico possa sostituire la domanda su Dio. Le conquiste della tecnica rappresentano un dono prezioso quando sono orientate al bene dell’uomo, ma non possono rispondere alle domande ultime sul senso della vita, della morte, dell’amore e della speranza. Il cuore umano continua ad avere sete di infinito, come ricorda il Catechismo quando afferma che il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio (CCC 27).

Di fronte a questa molteplicità di proposte, la Lettera agli Ebrei non invita alla paura, ma al discernimento. Il criterio rimane sempre lo stesso: confrontare ogni insegnamento con la persona di Gesù Cristo, con la Sacra Scrittura letta nella Tradizione viva della Chiesa e con la fede apostolica custodita dal Magistero (CCC 84-95). Non tutto ciò che appare spirituale conduce a Dio; non tutto ciò che è nuovo è vero; non tutto ciò che emoziona edifica realmente la fede.

Il cristiano, quindi, non vive ripiegato sul passato né sedotto dall’ultima novità religiosa o culturale. Cammina nella storia con gli occhi aperti e il cuore saldo, sapendo che Cristo rimane il punto di riferimento definitivo. Le mode passano, le ideologie cambiano, le filosofie si susseguono, ma il Signore continua a essere «lo stesso ieri, oggi e sempre». Questa certezza non chiude il credente al dialogo con il mondo; gli dona, al contrario, la libertà di ascoltare tutti senza perdere se stesso, di accogliere ciò che è vero e buono senza smarrire il Vangelo, e di testimoniare con umiltà che la novità più grande non è l’ultima teoria sull’uomo, ma la presenza viva di Cristo, l’unico che ieri, oggi e per sempre rimane la speranza che non delude.

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Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni collegarsi alla piattaforma della libreria IBS: Libri di Carlo Silvano su IBS  


 

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