Il seme della Parola e la luce del Verbo:
il coraggio di seminare speranza
di Carlo Silvano
Ci sono omelie che, pur nella loro semplicità, aprono prospettive nuove sulla Parola di Dio. Quest’ultima domenica 12 luglio sono stato a Messa dai Francescani in centro storico a Treviso e, durante l’omelia, il sacerdote ha accostato due pagine del Vangelo apparentemente lontane tra loro: la parabola del seminatore e il Prologo del Vangelo di Giovanni. Da un lato, Gesù racconta di un seme che incontra terreni diversi; dall’altro, Giovanni contempla il Verbo eterno, per mezzo del quale tutto è stato creato. Due immagini differenti, eppure unite da un’unica grande verità: Dio continua a parlare all’uomo e a seminare la vita nel mondo, senza lasciarsi scoraggiare dalle resistenze del cuore umano.
La parabola del seminatore colpisce anzitutto per un particolare che spesso passa inosservato. Il seminatore non calcola, non misura, non seleziona preventivamente il terreno. Sparge il seme con una generosità che, agli occhi del mondo, potrebbe sembrare perfino imprudente. Una parte cadrà lungo la strada, un’altra tra i sassi, un’altra ancora fra i rovi. Solo una porzione approderà nella terra buona. Eppure il seminatore non modifica il suo modo di agire. Continua a seminare.
È la logica di Dio, infinitamente diversa dalla nostra. Noi siamo portati a investire soltanto dove prevediamo un risultato, a concedere fiducia solo a chi riteniamo meritevole, a misurare tutto secondo criteri di efficienza. Dio, invece, semina perché ama, non perché possiede la garanzia del successo. La sua fiducia precede la risposta dell’uomo e continua anche quando quella risposta tarda ad arrivare.
Alla luce del Prologo di Giovanni questa immagine acquista una profondità ancora maggiore. Il seme non è soltanto un messaggio: è il Verbo stesso, la Parola eterna che «era presso Dio» e «tutto è stato fatto per mezzo di lui» (Gv 1,1-3). Colui che entra nella storia annunciando il Regno è lo stesso attraverso il quale l’universo è stato chiamato all’esistenza. La creazione intera porta l’impronta del Logos; ogni frammento della realtà conserva una misteriosa apertura verso Colui che ne è il principio e il compimento.
Questa consapevolezza cambia radicalmente il modo di guardare il mondo. Troppo spesso ci lasciamo convincere che il male abbia l’ultima parola, che l’odio sia più forte dell’amore, che la violenza riesca a spegnere definitivamente la speranza. Il Prologo di Giovanni, invece, afferma con straordinaria forza che «la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,5). Non dice che le tenebre non esistono; riconosce la loro presenza, ma ne proclama il limite. Esse non possono soffocare la luce del Verbo.
È qui che nasce il coraggio del cristiano. La fede non è una fuga dalle difficoltà né un rifugio per chi teme il mondo. Al contrario, è la certezza che Cristo è già presente dentro la storia, anche quando tutto sembra contraddirlo. Se ogni cosa è stata fatta per mezzo di Lui, allora nessuna realtà gli è estranea; nessuna situazione è definitivamente perduta; nessuna persona è irraggiungibile dalla sua grazia.
Per questo il discepolo non può vivere dominato dalla paura. La paura paralizza, induce a chiudersi, a difendere ciò che si possiede, a evitare ogni rischio. Il Vangelo, invece, invita continuamente a uscire, a fidarsi, a seminare. Il seminatore non trattiene il seme nel sacco per paura di sprecarlo. Lo affida alla terra, accettando perfino che una parte possa sembrare perduta. Così anche il cristiano è chiamato a donare parole di verità, gesti di misericordia, testimonianze di giustizia e opere di carità senza lasciarsi scoraggiare dall’indifferenza o dall’insuccesso apparente.
Viviamo in un tempo segnato da guerre, divisioni, solitudini e sfiducia. È facile diventare osservatori pessimisti della realtà, limitandosi a denunciare ciò che non funziona. Ma il Vangelo non ci chiede soltanto di analizzare il mondo; ci domanda di trasformarlo iniziando da noi stessi. Ogni parola che consola, ogni perdono offerto, ogni scelta onesta, ogni gesto gratuito rappresenta un piccolo seme che Dio può far germogliare ben oltre ciò che i nostri occhi riescono a vedere.
La parabola insegna anche un’altra verità preziosa: il seminatore non coincide con il raccolto. Il suo compito è seminare, non controllare la crescita. Questo libera il cristiano dall’ansia dei risultati. Noi spesso vorremmo vedere immediatamente i frutti del bene compiuto, ma il Regno di Dio possiede tempi che non coincidono con i nostri. Molti semi rimangono nascosti a lungo prima di germogliare. Alcuni daranno frutto quando il seminatore non sarà più presente. Eppure nessun gesto d’amore vissuto in Cristo è inutile.
Il Prologo di Giovanni offre il fondamento di questa speranza. Se il Verbo è il principio della creazione, Egli è anche il principio della nuova creazione. Lo stesso Signore che ha tratto l’universo dal nulla continua a operare nella storia umana, facendo nascere vita dove sembrava esserci soltanto sterilità. La speranza cristiana non nasce dall’ottimismo, ma dalla fede nel Signore risorto, la cui potenza continua ad agire silenziosamente nel cuore degli uomini.
Alla fine dell’omelia mi è rimasta dentro una convinzione semplice e luminosa. Il mondo non ha bisogno anzitutto di cristiani impauriti, ripiegati sulle proprie inquietudini o intenti a rimpiangere un passato che non ritorna. Ha bisogno di uomini e donne che credano davvero che il Verbo si è fatto carne, che continua a illuminare ogni uomo e che nessuna oscurità può spegnere la sua luce (Gv 1,9.14). Solo chi vive di questa certezza trova il coraggio di affrontare le sfide del proprio tempo senza cedere allo scoraggiamento.
Ogni giorno siamo chiamati a scegliere se essere spettatori delle tenebre o seminatori della luce. Il cristiano sa che il suo seme è piccolo, fragile e spesso nascosto. Tuttavia continua a spargerlo con fiducia, perché conosce il volto del Seminatore divino e sa che tutta la realtà porta già l’impronta del Verbo eterno. Per questo non teme il futuro: cammina nella storia con il coraggio della fede, semina speranza anche nei terreni più difficili e continua a credere che tutto, davvero tutto, è stato fatto per mezzo di Gesù Cristo, Signore della creazione e della storia.
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