La cittadinanza comincia anche dalle parole
La vicenda di Cadoneghe (Padova), con la sospensione del giuramento di una cittadina marocchina che, secondo quanto riferito, non riusciva a comunicare in italiano né a leggere la formula prevista, ha suscitato reazioni diverse e, inevitabilmente, è entrata nel dibattito pubblico. Il rischio, tuttavia, è che una questione concreta venga trasformata nell’ennesima contrapposizione fra italiani e stranieri, perdendo di vista il significato più profondo della cittadinanza.
La normativa italiana richiede, per le procedure interessate, un’adeguata conoscenza della lingua italiana, normalmente attestata al livello B1 del Quadro comune europeo. Le stesse indicazioni delle Prefetture ricordano che tale requisito costituisce parte del percorso per ottenere la cittadinanza.
Non siamo dunque di fronte alla richiesta di conoscere una lingua per un semplice formalismo burocratico. Una lingua è molto più di uno strumento per pronunciare correttamente una formula: permette di comprendere le leggi, comunicare con le istituzioni, partecipare alla vita sociale, seguire la scuola dei propri figli, conoscere i propri diritti e adempiere ai propri doveri. Senza una sufficiente padronanza dell’italiano, l’integrazione rischia di rimanere incompleta.
C’è poi un particolare che merita attenzione. La cittadinanza non è soltanto il riconoscimento di una condizione giuridica, ma l’ingresso pieno nella comunità nazionale. Il giuramento, che costituisce la fase finale del procedimento, non dovrebbe essere considerato una semplice formalità da espletare rapidamente: rappresenta un momento nel quale la persona assume pubblicamente un legame con la Repubblica. Dopo il giuramento, la cittadinanza si acquista dal giorno successivo.
Per questo la conoscenza della lingua italiana non dovrebbe essere vissuta come una barriera contro chi proviene da un altro Paese. Al contrario, dovrebbe essere considerata una conquista personale. Imparare la lingua significa diventare più autonomi, poter parlare senza intermediari, comprendere meglio la società nella quale si vive e costruire relazioni più profonde.
La vicenda di Cadoneghe può dunque offrirci una riflessione che va oltre il singolo caso. Una società realmente inclusiva non rinuncia alle proprie regole per dimostrare di essere accogliente, così come non usa le regole per umiliare chi deve ancora integrarsi. Chiede invece a chi desidera diventarne cittadino di conoscerne la lingua, le leggi e i principi, offrendo contemporaneamente gli strumenti necessari per riuscirci.
La cittadinanza, in fondo, non dovrebbe essere soltanto un documento ricevuto: dovrebbe essere una scelta consapevole di appartenenza. E ogni appartenenza autentica comincia anche dalla capacità di comprendere e parlare la lingua della comunità alla quale si decide di appartenere.
(Carlo Silvano)
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Le due foto riguardano una mia lettera pubblicata su Il Gazzettino di martedì 6 ottobre 2026


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