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Amare Dio e il prossimo: la misura autentica della grandezza umana

  

Amare Dio e il prossimo:

la misura autentica della grandezza umana

di Carlo Silvano

C’è una domanda che attraversa i secoli e che, ancora oggi, interpella ogni uomo, qualunque sia la sua storia, la sua cultura o il suo modo di cercare la verità: che cosa conta davvero nella vita? Qual è il principio capace di orientare le nostre scelte, dare un senso alle nostre giornate e impedire che l’esistenza si riduca alla ricerca del successo, del denaro e del potere?

Nel Vangelo di Matteo (22,34-40), un dottore della Legge pone a Gesù una domanda apparentemente semplice: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Non gli chiede quale sia la norma più difficile da osservare, né quale precetto possa distinguere i giusti dagli ingiusti. Gli domanda quale sia il più grande. In fondo, cerca il cuore di tutto ciò che Dio ha insegnato all’uomo.

La risposta di Gesù è limpida e, nello stesso tempo, straordinariamente impegnativa: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, e amare il prossimo come se stessi. Due comandamenti che non possono essere separati, perché esprimono due dimensioni inseparabili di una medesima vocazione: riconoscere Dio come il fondamento della nostra esistenza e riconoscere nell’altro una persona degna di rispetto, di attenzione e di amore.

Gesù non propone una religione fatta soltanto di gesti esteriori, di parole solenni o di osservanze compiute per abitudine. Ci invita a riscoprire ciò che viene prima di ogni pratica: la sincerità del cuore. Si può conoscere una legge senza comprenderne lo spirito; si possono pronunciare parole religiose senza lasciarsi trasformare da esse; si può persino parlare continuamente di bene e, nello stesso tempo, rimanere indifferenti davanti alla sofferenza di chi ci vive accanto. Il Signore ci mette in guardia proprio da questa contraddizione.

Amare Dio con tutto il cuore significa riconoscere che Egli non può essere relegato ai margini della nostra vita, ricordato soltanto nei momenti di difficoltà o invocato quando abbiamo bisogno di qualcosa. Significa cercare la Sua volontà anche quando non coincide con i nostri desideri, affidarsi a Lui nelle prove e lasciare che la Sua parola illumini le nostre decisioni. Amarlo con tutta l’anima significa orientare a Lui la nostra esistenza, non limitandoci a concedergli qualche momento, ma riconoscendo che la vita stessa è un dono. Amarlo con tutta la mente significa, infine, non rinunciare alla ragione, alla ricerca della verità e alla responsabilità del pensiero.

La fede autentica, dunque, non chiede all’uomo di smettere di interrogarsi. Lo invita, piuttosto, a interrogarsi con sincerità, senza trasformare i propri pregiudizi in verità assolute e senza usare Dio per giustificare interessi personali. Chi ama davvero il Signore non dovrebbe avere paura della verità, perché la ricerca sincera di ciò che è vero non è nemica della fede, ma può diventare una via per approfondirla.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), al numero 2083, presenta il comandamento dell’amore di Dio come una risposta alla Sua iniziativa d’amore: Dio ama per primo e chiama l’uomo a corrispondere a questo amore. Non siamo noi a dover conquistare il Suo amore attraverso una prestazione impeccabile. Siamo invitati a rispondere a un dono, lasciandoci cambiare da esso. Questa consapevolezza può liberare la religiosità dalla paura e dalla ricerca di approvazione, restituendole il suo significato più profondo: una relazione viva con Dio, fatta di fiducia, fedeltà e responsabilità.

Ma è soprattutto il secondo comandamento a mettere alla prova la sincerità del primo: «Amerai il tuo prossimo come te stesso».

Gesù non dice semplicemente di non fare del male agli altri. Chiede qualcosa di più: riconoscere nel prossimo una persona la cui dignità non dipende dalla sua utilità, dalla sua ricchezza, dalla sua posizione sociale o dalla possibilità che possa ricambiarci. Il prossimo non è soltanto chi ci è simpatico, chi condivide le nostre idee o chi appartiene alla nostra cerchia di amicizie. È anche la persona che ci mette in difficoltà, chi è rimasto indietro, chi ha commesso un errore, chi attraversa un momento di debolezza e persino chi non può offrirci alcun vantaggio.

Amare il prossimo come se stessi significa comprendere che il dolore altrui non è necessariamente un problema che riguarda soltanto gli altri. È una chiamata alla nostra coscienza. Quando incontriamo una persona umiliata, dovremmo domandarci come vorremmo essere trattati se ci trovassimo nella stessa condizione. Quando assistiamo a un’ingiustizia, dovremmo chiederci se il nostro silenzio sia prudenza oppure comoda indifferenza. Quando qualcuno sbaglia, dovremmo saper distinguere la condanna di un comportamento dalla negazione della dignità di chi lo ha commesso.

Questo non significa giustificare ogni azione, rinunciare alla giustizia o considerare irrilevante la verità. L’amore cristiano non è debolezza, né complicità con il male. È la capacità di riconoscere il bene della persona senza nascondere la gravità delle sue scelte, cercando, quando possibile, una via di correzione, di responsabilità e di riconciliazione. Perdonare non significa dichiarare che il male non è avvenuto; significa rifiutare che il male abbia l’ultima parola sul nostro cuore.

Il Catechismo, al numero 1822, definisce la carità la virtù teologale con cui amiamo Dio sopra ogni cosa per Se stesso e il prossimo come noi stessi per amore di Dio. Al numero 1825 richiama l’insegnamento di san Paolo: la carità è paziente, benigna e non cerca il proprio interesse. Non è quindi un sentimento passeggero, destinato a durare finché tutto procede secondo le nostre aspettative. È una scelta che si traduce in gesti concreti, talvolta faticosi, e che domanda coerenza anche quando nessuno ci osserva.

Ecco perché il Vangelo di oggi è particolarmente attuale. Viviamo in un tempo nel quale si comunica continuamente, ma non sempre si ascolta; si esprimono giudizi in pochi secondi, ma raramente ci si concede il tempo di comprendere; si invoca il rispetto, ma non sempre lo si riconosce a chi la pensa diversamente. Le parole possono diventare strumenti per ferire, umiliare e dividere, mentre la sofferenza di una persona rischia di trasformarsi in uno spettacolo da commentare.

In questo contesto, amare il prossimo significa anche recuperare la responsabilità delle parole. Una frase pronunciata con leggerezza può distruggere una reputazione, ferire un bambino, alimentare l’odio tra gruppi di persone o aggravare la solitudine di chi è già fragile. Non basta domandarsi se abbiamo il diritto di parlare: dovremmo chiederci anche se ciò che diciamo è vero, se è giusto e se contribuisce al bene. La libertà di espressione conserva tutta la sua importanza, ma non ci esonera dalla responsabilità morale delle nostre parole.

Lo stesso vale per la famiglia, la scuola, il lavoro e la vita pubblica. L’amore si riconosce nella pazienza di un genitore, nella correttezza di un insegnante, nell’onestà di un lavoratore, nella disponibilità di un vicino e nella rettitudine di chi esercita un’autorità. Si manifesta quando non approfittiamo della debolezza altrui, quando rispettiamo gli impegni assunti, quando restituiamo ciò che non ci appartiene e quando difendiamo chi subisce un’ingiustizia, anche se prendere posizione può costarci qualcosa.

Una società più giusta non nasce soltanto da leggi migliori, per quanto le leggi siano indispensabili. Ha bisogno anche di coscienze capaci di riconoscere il bene e di persone disposte a praticarlo. Nessuna norma può imporre la generosità del cuore, ma ogni cittadino può contribuire a costruire un ambiente nel quale l’onestà sia premiata, la dignità umana sia rispettata e la solidarietà non venga scambiata per ingenuità.

C’è poi un aspetto del messaggio di Gesù che merita una particolare attenzione. Il Signore afferma che il secondo comandamento è simile al primo e che da questi due dipendono tutta la Legge e i Profeti. Non presenta l’amore del prossimo come un’aggiunta facoltativa alla fede, riservata alle persone particolarmente generose. Lo pone al centro della comprensione stessa della volontà divina.

Questa affermazione ci invita a esaminare con umiltà la nostra vita religiosa. Possiamo conoscere le preghiere, partecipare alle celebrazioni e custodire con convinzione le nostre tradizioni; ma dobbiamo anche domandarci se tutto questo ci renda più pazienti, più giusti, più capaci di ascoltare e più pronti a soccorrere chi soffre. Se la pratica religiosa non produce alcun frutto nella nostra maniera di trattare gli altri, rischia di diventare un’abitudine che non raggiunge il cuore. La fede, invece, è chiamata a trasformare l’intera persona.

La Prima lettera di Giovanni esprime questo legame con parole inequivocabili: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20). Non si tratta di ridurre il rapporto con Dio a un semplice impegno sociale, ma di riconoscere che l’amore invisibile per il Creatore deve trovare una manifestazione concreta nell’amore verso le Sue creature. La preghiera e la carità non sono rivali: la prima alimenta la seconda, mentre la seconda rende visibile la sincerità della prima.

Eppure, proprio qui emerge una delle difficoltà più grandi: amare gli altri quando non ci sentiamo amati, quando veniamo delusi o quando subiamo un torto. Gesù non ignora questa fatica. Nel Vangelo ci conduce progressivamente oltre la semplice reciprocità, fino a invitare i discepoli ad amare anche i nemici e a pregare per coloro che li perseguitano (Mt 5,44). È una richiesta esigente, perché contrasta con il desiderio spontaneo di restituire il male ricevuto.

Non significa accettare passivamente ogni abuso o rinunciare a proteggere se stessi e gli altri. Significa impedire che l’odio diventi il principio che governa le nostre decisioni. Possiamo denunciare un’ingiustizia senza desiderare la rovina di chi l’ha commessa; possiamo porre limiti a una persona senza negarle ogni possibilità di cambiamento; possiamo difendere con fermezza le nostre convinzioni senza trasformare chi non le condivide in un nemico da disprezzare.

L’amore evangelico non ci chiede di considerare tutte le idee ugualmente vere o tutte le azioni ugualmente buone. Ci chiede di non confondere mai il rispetto dovuto alla persona con l’approvazione indiscriminata di ciò che pensa o fa. È una distinzione fondamentale per costruire una convivenza nella quale il confronto sia possibile senza rinunciare alla verità e nella quale la fermezza non degeneri in disprezzo.

Infine, Gesù ci ricorda che l’amore comincia anche dal modo in cui guardiamo noi stessi. «Amerai il tuo prossimo come te stesso» non è un invito all’egoismo, ma presuppone una giusta considerazione della propria dignità. Chi impara a riconoscere il valore della propria vita, senza cadere nell’orgoglio, può comprendere meglio il valore di quella altrui. Al contrario, chi vive prigioniero del risentimento, della vergogna o del bisogno continuo di affermarsi può trovare più difficile offrire agli altri un amore libero e sincero.

La dignità umana non si misura dalla perfezione, dal successo o dall’approvazione ricevuta. Ogni persona può sbagliare, conoscere la fragilità e attraversare periodi di oscurità, senza per questo perdere il proprio valore fondamentale. Per il cristiano, questa dignità trova il suo fondamento nell’essere umano creato a immagine di Dio (Gen 1,26-27). È una convinzione che comporta una responsabilità: riconoscere in ogni persona qualcuno che non può essere ridotto a un numero, a una categoria o a uno strumento da utilizzare.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al numero 1700, insegna che la dignità della persona umana si radica nella sua creazione a immagine e somiglianza di Dio. Da questa dignità derivano diritti e doveri che non dipendono dal favore dei potenti né dal giudizio mutevole della maggioranza. Difenderla significa opporsi tanto all’umiliazione del debole quanto all’arroganza di chi crede di poter disporre degli altri secondo il proprio interesse.

Il Vangelo di Matteo ci lascia, dunque, una domanda che non possiamo liquidare con una risposta teorica: quanto spazio occupa l'amore nelle nostre scelte quotidiane? Non soltanto nei grandi gesti, che attirano l'attenzione, ma nelle decisioni silenziose, nelle parole che scegliamo, nelle promesse che manteniamo e nelle occasioni in cui potremmo aiutare qualcuno senza ricevere nulla in cambio.

Forse la verifica più sincera della nostra fede non consiste nel domandarci quante volte abbiamo parlato di Dio, ma anche se, attraverso il nostro comportamento, abbiamo reso più facile per qualcuno riconoscere il bene. Abbiamo saputo ascoltare chi era solo? Abbiamo difeso chi non aveva voce? Abbiamo avuto il coraggio di riconoscere un nostro errore? Abbiamo trattato con giustizia anche chi non poteva ricambiarci?

Amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come noi stessi non è un ideale riservato a pochi uomini eccezionali. È una strada che si apre davanti a ciascuno di noi, ogni giorno, nelle circostanze ordinarie dell’esistenza. Non richiede necessariamente gesti straordinari, ma esige una trasformazione profonda dello sguardo: imparare a vedere la vita come un dono, la verità come una responsabilità e l’altro come una persona da non trattare mai con indifferenza.

In un mondo che spesso misura la grandezza attraverso il potere esercitato, il denaro accumulato o il consenso ottenuto, Gesù propone una misura diversa. La grandezza di una persona non si riconosce soltanto da ciò che possiede o da ciò che riesce a imporre, ma anche dal bene che sa compiere, dalla giustizia che pratica e dall’amore che è capace di donare.

È questa la rivoluzione silenziosa del Vangelo: riconoscere che il rapporto con Dio non ci allontana dagli uomini, ma ci rende più responsabili nei loro confronti; comprendere che l’amore non indebolisce la verità, ma ci aiuta a testimoniarla senza arroganza; scoprire che una vita diventa più autentica non quando si chiude nella ricerca del proprio vantaggio, ma quando si apre al bene degli altri.

Perché, alla fine, la domanda decisiva non sarà soltanto quanto abbiamo saputo conoscere, possedere o realizzare, ma quanto abbiamo saputo amare. E ogni giorno ci offre una nuova occasione per cominciare.

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Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sul collegamento alla Libreria Feltrinelli: Libri di Carlo Silvano presso La Feltrinelli  


 

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