Quando la Parola cresce:
dagli Atti degli Apostoli
alla missione della Chiesa oggi
di Carlo Silvano
Ho conosciuto il professor Settimio Cipriani tra gli anni Ottanta e Novanta, quando frequentavo la FUCI, la Federazione universitaria cattolica italiana di Napoli. Quell’incontro è rimasto nella mia memoria non soltanto per la sua autorevolezza di sacerdote e di docente presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale «San Tommaso d'Aquino» di Napoli, ma anche per la passione con cui affrontava lo studio della Sacra Scrittura e cercava di trasmetterne la ricchezza. Durante gli anni Novanta ebbi anche l’opportunità, per me particolarmente significativa, di catalogare la sua biblioteca personale nella sua abitazione di Pratovecchio, in provincia di Arezzo. Trovarmi davanti a quei libri significò, in qualche modo, entrare nel mondo intellettuale di un sacerdote che aveva dedicato la propria vita alla conoscenza della Parola di Dio e al suo annuncio.
Rileggendo oggi il suo articolo «Il primato della Parola nel libro degli Atti degli Apostoli», pubblicato dalla rivista Asprenas, n. 40, 1993, pp. 483-500, ritrovo una convinzione che conserva una straordinaria attualità: gli Atti degli Apostoli sono, per eccellenza, il libro della missione. Non si tratta semplicemente del racconto delle vicende della prima comunità cristiana, né di una cronaca delle imprese degli apostoli. Al centro vi è la Parola di Dio che viene annunciata, ascoltata, accolta e creduta; una Parola che, una volta proclamata, non rimane immobile, perché genera vita, suscita conversioni, costituisce comunità e oltrepassa continuamente i confini nei quali gli uomini vorrebbero racchiuderla.
È significativo che proprio negli Atti ritorni più volte l’immagine della Parola che «cresce». Dopo la morte e risurrezione di Gesù Cristo, il Vangelo non si spegne con la scomparsa del Maestro dalla scena terrena: attraverso la predicazione degli apostoli e degli altri discepoli, la Parola continua il proprio cammino. «La parola di Dio si diffondeva» (At 6,7); «intanto la parola di Dio cresceva e si diffondeva» (At 12,24). Non è un dettaglio marginale della narrazione lucana. È quasi il filo conduttore che permette di comprendere la natura stessa della missione della Chiesa.
Cipriani pone in evidenza il servizio della Parola, affidato innanzitutto agli apostoli. Essi non sono chiamati a proclamare se stessi, le proprie idee o una filosofia religiosa elaborata dagli uomini: sono testimoni di Gesù Cristo e annunciatori di ciò che hanno visto e ascoltato. Pietro occupa, in questo itinerario, un posto decisivo. Attraverso la sua predicazione, il messaggio cristiano viene rivolto dapprima a Israele, ma progressivamente si manifesta con chiarezza che la salvezza operata da Cristo non è destinata a un solo popolo.
L’episodio della conversione di Cornelio rappresenta, sotto questo profilo, una svolta di enorme importanza. Pietro comprende che «Dio non fa preferenza di persone» e che «chiunque lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto» (At 10,34-35). La Parola supera così le barriere culturali e religiose che gli uomini possono costruire. La missione cristiana non consiste nel rivolgersi esclusivamente a chi già appartiene alla comunità, bensì nell’annunciare Cristo a ogni uomo.
In questa prospettiva acquista particolare rilievo anche l’opera di Luca. L’evangelista non si limita a raccontare ciò che accade: mostra come la Parola, guidata dallo Spirito Santo, si diffonda progressivamente da Gerusalemme verso la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra (cfr. At 1,8). Gli Atti sono dunque anche il racconto di una Chiesa che nasce missionaria. La sua ragione d’essere non è custodire gelosamente un patrimonio ricevuto, quasi fosse una proprietà privata, bensì trasmettere fedelmente ciò che ha ricevuto dal Signore.
Il verbo «evangelizzare», così importante negli Atti, esprime precisamente questa dinamica: annunciare una buona notizia. Il termine non indica semplicemente l’offerta di qualche informazione religiosa, né un generico invito a essere persone migliori. L’annuncio cristiano ha un contenuto preciso: Gesù Cristo morto e risorto è il Signore e in lui Dio offre all’uomo la salvezza. Paolo, rivolgendosi ai Corinzi, riassume il cuore della fede ricevuta e trasmessa: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture» (1Cor 15,3-4).
La Parola, tuttavia, non agisce magicamente. Deve essere ascoltata. Deve essere accolta. Deve essere creduta. Gli Atti mostrano continuamente persone che ascoltano la predicazione apostolica e, attraverso l’ascolto, giungono alla fede. La fede, infatti, non nasce dal nulla: «La fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo» (Rm 10,17). Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) ricorda che «l’obbedienza della fede» è la libera risposta dell’uomo a Dio che si rivela (CCC 144). L’ascolto autentico conduce quindi a una risposta personale, perché la Parola interpella la coscienza e chiede di prendere posizione davanti a Cristo.
Qui si trova, forse, uno degli interrogativi più seri per la Chiesa del nostro tempo. Se gli Atti degli Apostoli sono davvero il libro della missione, che cosa significa oggi essere una Chiesa missionaria? Significa certamente utilizzare strumenti nuovi, raggiungere nuovi ambienti, conoscere il linguaggio degli uomini contemporanei. Prima ancora, però, significa recuperare il primato della Parola.
Esiste infatti una realtà che non possiamo ignorare: anche tra coloro che partecipano fedelmente alla Messa domenicale non è raro incontrare persone che conoscono poco o nulla della dottrina cattolica. La frequenza alla celebrazione eucaristica, pur essendo preziosa e fondamentale, non coincide automaticamente con una conoscenza adeguata della fede. Vi sono battezzati che hanno ricevuto i sacramenti, hanno mantenuto alcune consuetudini religiose, partecipano alle celebrazioni, eppure non saprebbero spiegare con sufficiente chiarezza che cosa insegni la Chiesa sulla Trinità, sull’Incarnazione, sull’Eucaristia, sul peccato, sulla grazia, sulla vita eterna o sulla risurrezione della carne.
Questo non dovrebbe diventare motivo di rimprovero, bensì un’occasione per interrogarsi sulla qualità della formazione cristiana. La Chiesa ha il dovere di nutrire i fedeli con la Parola di Dio e con l’insegnamento della fede. «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo», ricordava san Girolamo, espressione ripresa dal Catechismo per sottolineare il rapporto inseparabile tra la conoscenza della Sacra Scrittura e la conoscenza del Signore (CCC 133).
Occorre pertanto pensare a una grande opera di evangelizzazione rivolta anche a coloro che già frequentano le nostre chiese. Evangelizzare non significa soltanto cercare chi è lontano: significa anche aiutare chi è vicino a passare da una religiosità consuetudinaria a una fede consapevole, personale e matura. Una persona può entrare in chiesa ogni domenica e avere comunque bisogno di essere nuovamente evangelizzata.
Accanto a questa esigenza esiste poi un campo missionario ancora più vasto: quello delle persone indifferenti, degli atei, degli agnostici e di quanti appartengono ad altre religioni. Anche nei loro confronti la Chiesa è chiamata a proporre il Vangelo, non a imporlo. Cristo stesso invia i suoi discepoli dicendo: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). Il Catechismo ricorda che «la Chiesa, mandata da Dio alle genti per essere “sacramento universale di salvezza”, per obbedire al comando del suo fondatore e per le esigenze essenziali della propria cattolicità, si sforza di annunciare il Vangelo a tutti gli uomini» (CCC 849).
Questo annuncio deve essere rispettoso della libertà religiosa e della coscienza di ogni persona. Il Vangelo non ha bisogno della coercizione per essere annunciato. La verità cristiana viene proposta attraverso la testimonianza, la predicazione, la carità e il dialogo autentico. Il Catechismo insegna, infatti, che «l’uomo ha il diritto alla libertà religiosa» e che «in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza» (CCC 2106). Evangelizzare significa dunque proporre Cristo con chiarezza, senza trasformare l’annuncio in una forma di pressione.
Gli Atti degli Apostoli mostrano inoltre che la missione non è opera esclusiva di alcuni specialisti. Pietro annuncia, Paolo predica, Filippo incontra l’eunuco etiope, Stefano testimonia, Aquila e Priscilla aiutano Apollo a comprendere più esattamente la via di Dio (cfr. At 8,26-39; 18,24-26). La diffusione della Parola coinvolge l’intera comunità cristiana. Anche oggi una nuova evangelizzazione non può essere affidata soltanto ai sacerdoti. Essa richiede famiglie cristiane capaci di trasmettere la fede, catechisti preparati, giovani consapevoli, laici formati, consacrati e sacerdoti che sappiano parlare al cuore e alla ragione dell’uomo.
La grande sfida consiste allora nel restituire alla Parola il posto che le appartiene. Non una Parola adattata continuamente alle mode culturali, impoverita per paura di apparire esigente o ridotta a generico messaggio morale, bensì la Parola di Dio annunciata integralmente e fedelmente. «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12). Proprio perché è viva, essa può ancora raggiungere l’uomo contemporaneo, compreso colui che sembra completamente estraneo alla fede.
Forse è questo il messaggio più attuale che possiamo raccogliere, a distanza di tanti anni, dall’articolo di Settimio Cipriani. La Chiesa non cresce semplicemente perché organizza più attività, produce più iniziative o dispone di strumenti comunicativi più sofisticati. Negli Atti degli Apostoli la crescita della Chiesa è inseparabile dalla diffusione della Parola. «La parola di Dio cresceva e si diffondeva» (At 12,24): questa frase potrebbe diventare anche oggi un criterio per verificare l’autenticità della nostra azione pastorale.
Il ricordo personale del professor Cipriani rende per me questa riflessione ancora più significativa. La sua biblioteca di Pratovecchio, che ebbi l’opportunità di catalogare, era fatta di libri, studi, commenti e strumenti di ricerca; dietro quelle pagine, tuttavia, si intravedeva una vita interamente dedicata alla conoscenza e alla trasmissione della Parola. Oggi, rileggendo il suo studio sugli Atti, mi sembra di cogliere un invito che va oltre il mondo accademico: tornare alla sorgente per poter riprendere il cammino.
La Chiesa ha bisogno di una nuova stagione di evangelizzazione. Occorre annunciare Cristo a chi non lo conosce, dialogare con chi lo rifiuta, incontrare chi è indifferente, confrontarsi con rispetto con chi appartiene ad altre religioni e, nello stesso tempo, evangelizzare nuovamente molti di coloro che siedono già sulle nostre panche domenicali. Non servono parole semplicemente più numerose: servono parole vere, radicate nel Vangelo, sostenute dalla testimonianza e accompagnate dalla carità.
Gli Atti degli Apostoli ci ricordano, infine, che la missione della Chiesa non nasce dall’intraprendenza degli uomini, ma dall’azione dello Spirito Santo. Prima di essere una strategia, l’evangelizzazione è un atto di obbedienza a Cristo. «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni [...] fino ai confini della terra» (At 1,8).
La sfida del nostro tempo, dunque, non è inventare un Vangelo nuovo, bensì ritrovare il coraggio di annunciare quello ricevuto dagli apostoli. Quando la Parola viene realmente ascoltata, accolta e creduta, essa torna a crescere. E quando cresce la Parola, può tornare a crescere anche la Chiesa.
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Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sul seguente sito della libreria Feltrinelli: Libri di Carlo Silvano su Feltrinelli


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