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Quando la guerra continua nel cuore degli uomini

 


Quando la guerra

continua nel cuore

degli uomini

Sto leggendo Sul Grappa dopo la vittoria di Paolo Malaguti e sono arrivato alle pagine 85-91, dedicate a «Il vecchio Michele». Sono pagine che mi hanno profondamente colpito, perché dietro una vicenda apparentemente marginale della storia del dopoguerra racchiudono una verità universale sulla guerra, sulla miseria, sulla solitudine e sulle ferite invisibili che essa lascia negli uomini.

Il vecchio Michele è un malgaro che conosce il monte Grappa «come le proprie tasche». Su quella montagna suo nonno aveva costruito una malga nel 1852: non era quindi semplicemente un luogo di lavoro, ma una parte della sua storia familiare, quasi una componente della sua stessa identità. Poi arrivò la Prima guerra mondiale e Michele fu costretto ad abbandonare quel mondo. Il Grappa, trasformato in teatro di combattimenti fra italiani e austriaci, divenne improvvisamente una terra di guerra.

Dopo la vittoria, però, Michele non può tornare sulla sua montagna. Il Grappa viene interdetto ai civili perché disseminato di armi, munizioni e materiale bellico, mentre numerosi cadaveri devono ancora essere recuperati. È una delle tante contraddizioni contenute nel titolo del libro: c’è stata una «vittoria», ma per molti uomini la vita non è tornata affatto alla normalità.

È in questo scenario che il vecchio Michele incontra il giovane protagonista, un adolescente mandato dal padre sul Grappa alla ricerca di metalli e materiali da raccogliere e vendere per cercare di sopravvivere alla miseria. Due generazioni lontane si incontrano dentro le rovine della guerra. Parlano poco, ma quel poco è sufficiente. Il ragazzo comprende che il vecchio porta dentro di sé una sofferenza che non riesce a esprimere.

Il giovane scopre anche qualcosa di terribile: la malga di Michele non esiste più. Dalle sue ricerche risulta «polverizzata». Quella parola, nella sua crudezza, vale quasi più di molte pagine di descrizione. Non è stata semplicemente danneggiata o abbandonata: è stata cancellata dalla guerra. E con essa sembra essere stato cancellato anche un pezzo della vita di Michele.

Fra i due nasce un’amicizia silenziosa. Michele insegna al ragazzo a fumare e gli regala alcune sigarette. Per l’adolescente quel gesto ha un significato particolare: fumare lo fa sentire più grande, più vicino al mondo degli adulti. È un piccolo rito di passaggio, quasi una complicità fra uomini. E tuttavia, dietro quelle sigarette, emerge un’altra forma di povertà: Michele è talmente povero che talvolta non possiede nemmeno il denaro necessario per comprarle.

Poi arriva la tragedia. Michele viene trovato in un fienile: si è impiccato.

È difficile non fermarsi davanti a una morte simile. E proprio qui le pagine di Paolo Malaguti acquistano una dimensione che supera la vicenda del singolo personaggio. Ci obbligano a domandarci quanti siano realmente i morti di una guerra.

Siamo abituati a contare i soldati caduti in combattimento, i dispersi, i civili uccisi dai bombardamenti. Sono numeri indispensabili, perché ogni morto rappresenta una persona, una famiglia, una storia. Ma esiste anche una contabilità più difficile da stabilire: quella di coloro che, terminata la guerra, non hanno più trovato una ragione per vivere.

Sono uomini e donne che tornano dal fronte e scoprono di non essere più quelli di prima. Sono famiglie private della casa, del lavoro, degli affetti. Sono persone che hanno visto morire amici, fratelli e figli. Sono uomini come Michele, ai quali viene sottratto perfino il luogo nel quale avevano costruito la propria esistenza.

La guerra, dunque, può continuare anche quando non si combatte più.

Continua nei ricordi, negli incubi, nella povertà, nella solitudine, nelle case distrutte, nelle famiglie spezzate e in quelle esistenze che hanno perso il proprio punto di riferimento. E talvolta continua nel cuore di chi non riesce più a trovare una ragione per andare avanti.

La vicenda di Michele permette così di comprendere che il vero bilancio di una guerra non può essere racchiuso soltanto negli elenchi dei caduti. Ci sono morti che arrivano molti anni dopo la fine delle battaglie e sofferenze che non vengono registrate da nessun bollettino militare.

Questa riflessione assume, a mio avviso, anche una particolare profondità cristiana. La fede cristiana non considera mai la vita umana come qualcosa di cui si possa disporre liberamente, neppure quando la sofferenza sembra aver cancellato ogni speranza. «Non uccidere» (Es 20,13) non è soltanto una norma negativa: è l’affermazione della sacralità della vita umana, che appartiene a Dio. Il Catechismo della chiesa Cattolica insegna, infatti, che «la vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, implica l’azione creatrice di Dio» (CCC 2258).

Ma proprio per questo la morte di Michele non dovrebbe essere letta soltanto come una colpa individuale. Dovrebbe interrogare anche la comunità che lo circonda. Un uomo può arrivare a non vedere più una ragione per vivere quando si sente completamente solo. La risposta cristiana alla sofferenza non consiste nel giudicare dall’esterno chi è precipitato nella disperazione, ma nel farsi prossimi.

Gesù Cristo stesso si presenta come colui che viene incontro all’uomo ferito. Nel giudizio finale del Vangelo di Matteo non domanda soltanto se abbiamo evitato il male, ma se abbiamo saputo riconoscere e servire il fratello nella sua necessità: «Ero straniero e mi avete accolto»; «ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,35-36). E san Paolo invita i cristiani a «portare i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2).

Forse è questa la domanda più importante che il vecchio Michele lascia al lettore: quante persone attorno a noi stanno portando un peso che non riescono più a sostenere da sole?

Una società può ricostruire una casa distrutta, bonificare un campo dalle munizioni, recuperare i cadaveri di una battaglia e persino ricostruire una montagna devastata dalla guerra. Ma per ricostruire un uomo occorre qualcosa di più: occorre una presenza, un ascolto, una comunità, una speranza.

E qui la fede cristiana possiede una parola che nessuna vittoria militare può offrire: la sofferenza e la morte non hanno l’ultima parola. Cristo ha attraversato la sofferenza e la morte e, con la risurrezione, ha aperto all’uomo una speranza che va oltre la tomba («Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» – Gv 11,25).

Non possiamo sapere che cosa sia passato nell’animo di Michele negli ultimi istanti della sua vita e sarebbe ingiusto trasformare la sua tragedia in un giudizio sulla sua persona. La Chiesa stessa insegna che «non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte» (CCC 2283), ricordando che Dio solo conosce pienamente la coscienza e le sofferenze di ciascuno. La Chiesa invita inoltre a pregare per coloro che si sono tolti la vita (cfr. CCC 2283).

È una pagina di grande misericordia.

Sul Grappa dopo la vittoria mi sta quindi insegnando, attraverso la figura apparentemente marginale del vecchio Michele, che la storia non è fatta soltanto dalle grandi battaglie e dai nomi dei generali. È fatta anche da uomini poveri, anonimi, dimenticati, che dopo avere attraversato la guerra devono cercare di ricominciare a vivere.

E qualche volta non ci riescono.

Per questo considero queste pagine particolarmente preziose. Paolo Malaguti ci ricorda che dopo ogni guerra rimane un immenso lavoro di ricostruzione: non soltanto delle strade e degli edifici, ma soprattutto delle persone. Perché una guerra può terminare con una firma su un trattato, ma finisce davvero soltanto quando le sue vittime ritrovano, per quanto possibile, una ragione per sperare.

Il vecchio Michele non ha più ritrovato la sua malga. Il giovane protagonista, però, ha ritrovato lui, anche se per poco tempo. Fra quelle due generazioni, nel silenzio del Grappa devastato, nasce così qualcosa che la guerra non è riuscita a distruggere: un’amicizia.

E forse è proprio da gesti semplici come questo che può cominciare la vera pace. (Carlo Silvano)

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Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sul collegamento alla Feltrinelli:  Libri di Carlo Silvano alla Feltrinelli

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