Il monte Grappa e il padre:
due ferite che imparano a tacere
Leggere Sul Grappa dopo la vittoria di Paolo Malaguti significa entrare in un paesaggio che non è soltanto geografico, ma umano. Il monte Grappa è il grande protagonista silenzioso del romanzo: prima montagna familiare, conosciuta e vissuta dalle popolazioni locali; poi teatro di combattimenti sanguinosi durante la Prima guerra mondiale; infine luogo devastato, disseminato di trincee, residuati bellici e cadaveri, dal quale i sopravvissuti devono cercare di ricominciare. Il romanzo, pubblicato originariamente nel 2009 e riproposto da Einaudi nel 2024, segue la formazione di un ragazzo che, ancora adolescente, sale sul Grappa per recuperare materiali da rivendere e contribuire così alla sopravvivenza della famiglia.
Ma il Grappa di Malaguti non è semplicemente il luogo nel quale è passata la guerra. È quasi un personaggio. Una presenza che osserva, custodisce e, attraverso le proprie ferite, racconta ciò che gli uomini spesso non riescono a dire.
Su quella montagna si sono combattute battaglie terribili. Il monte Grappa è stato scavato dalle trincee, sconvolto dalle esplosioni, trasformato in un immenso teatro di morte. Dopo la guerra, la natura appare devastata: il verde ha lasciato spazio alla terra sconvolta, mentre le tracce dei combattimenti rimangono ovunque. Il ragazzo vi incontra non l’immagine gloriosa della guerra che talvolta la retorica patriottica costruisce, ma il suo volto più autentico: quello della morte e della sofferenza. Di fronte ai resti dei soldati, italiani e austriaci, comprende che prima degli eserciti e delle bandiere ci sono uomini.
Ed è proprio qui che emerge uno dei parallelismi più belli e profondi del romanzo: il Grappa è ferito esattamente come il padre del protagonista.
Prima della guerra il padre era per il figlio una figura quasi gigantesca, un uomo forte, capace di dominare i sentieri della montagna e di trasmettere sicurezza. Dopo essere tornato dal fronte, invece, non è più lo stesso. È vivo, ma porta dentro di sé qualcosa che non riesce a raccontare. È diventato silenzioso, stanco, quasi estraneo alla vita che lo attende a casa. La descrizione editoriale del romanzo parla significativamente di un uomo che cammina «sotto un peso invisibile». Il Grappa e il padre, dunque, sono due reduci.
Il primo porta sulla propria pelle i crateri delle bombe, le trincee, la distruzione dei boschi e i resti della carneficina. Il secondo porta nel proprio animo ferite che non sono visibili. La montagna non può parlare; il padre non vuole o non riesce a parlare. Entrambi, tuttavia, raccontano la guerra attraverso ciò che è rimasto dopo di essa.
È forse questa la ragione per cui il padre manda il figlio sul Grappa. Apparentemente lo fa per necessità: la famiglia è povera e ferro, rame, piombo e viveri abbandonati dai soldati possono essere recuperati e venduti. Ma dietro quella necessità economica si nasconde qualcosa di più profondo. Il padre vuole che il ragazzo veda. Non gli racconta la guerra perché le parole non gli bastano; gli permette di incontrarne direttamente le conseguenze. Una recensione ha colto efficacemente questo passaggio osservando che il padre vuole che il figlio «capisse, sporcandosi le mani, cosa avesse voluto dire la sua guerra». È un modo duro, persino doloroso, di educare un figlio. Ma è anche un gesto d’amore.
Il padre non consegna al ragazzo una spiegazione della guerra: gli consegna la responsabilità di guardarla in faccia. E il ragazzo, salendo sulla montagna, finisce per comprendere non soltanto la guerra, ma anche suo padre. È come se il Grappa diventasse la lingua attraverso la quale il padre finalmente riesce a parlare.
Questo rende Sul Grappa dopo la vittoria un autentico romanzo di formazione. Il protagonista parte come un bambino che guarda gli avvenimenti con curiosità e progressivamente si trova davanti alla fame, alla morte, al lavoro, alla solitudine e alle responsabilità degli adulti. La montagna diventa la sua scuola più dura. Ma non gli insegna soltanto a sopravvivere: gli insegna a capire.
E il rapporto fra padre e figlio acquista proprio per questo una particolare intensità. Non è un rapporto costruito attraverso grandi discorsi o effusioni sentimentali. È fatto di silenzi, ordini, fatiche condivise e cose non dette. Ma talvolta l’amore paterno assume proprio questa forma: un padre che non sa spiegare il proprio dolore cerca almeno di evitare che il figlio viva nell’ignoranza di ciò che è accaduto. Il Grappa, allora, diventa anche una sorta di memoria vivente.
Gli uomini possono dimenticare, i documenti possono ingiallire, le generazioni possono scomparire; la montagna rimane. Le sue ferite ricordano che quella che qualcuno definì «vittoria» fu, per migliaia di famiglie, anche lutto, fame, povertà e trauma. E la parola «dopo», contenuta nel titolo, è fondamentale: il romanzo non racconta semplicemente la guerra, ma ciò che la guerra lascia quando è finita.
È questa una delle ragioni per cui considero il libro particolarmente significativo anche per il lettore contemporaneo. Malaguti ci invita a superare una concezione della storia ridotta alle date, alle battaglie e ai nomi dei comandanti. La storia entra nelle case, modifica i rapporti familiari, cambia il carattere delle persone, distrugge paesaggi e lascia ferite che possono attraversare generazioni.
E in questo senso il monte Grappa è ancora oggi un luogo nel quale la memoria dovrebbe parlare.
Non per alimentare l’odio verso chi combatté dall’altra parte, ma per ricordare che ogni guerra produce soprattutto vittime. Il ragazzo vede italiani e austriaci morti insieme: davanti alla morte le uniformi perdono il loro significato e rimane l’essere umano.
La bravura di Paolo Malaguti sta anche nel modo in cui racconta tutto questo senza trasformare il romanzo in una lezione di storia. La sua scrittura è intima, concreta, profondamente legata alla lingua e alla cultura delle comunità venete. Il dialetto, i paesaggi, la povertà, il lavoro e le abitudini quotidiane restituiscono al lettore un mondo scomparso, ma non estraneo.
Sul Grappa dopo la vittoria è, dunque, un libro sulla guerra, ma soprattutto sulle persone dopo la guerra. È un libro sul dolore che non trova parole, sulla memoria che rimane impressa nei luoghi e sulla difficile trasmissione dell’esperienza da una generazione all’altra.
E se il Grappa e il padre del protagonista sono accomunati dalla ferita, c’è però una differenza fondamentale: la montagna, lentamente, può tornare a vivere. I boschi possono ricrescere, gli animali possono tornare, i fiori possono ricomparire tra le pietre e i crateri. Anche l’uomo, forse, può lentamente ricominciare.
Il figlio che sale sul Grappa per recuperare ciò che la guerra ha abbandonato scende dalla montagna con qualcosa di molto più prezioso del rame o del piombo: la comprensione del padre.
E forse è proprio questo il significato più profondo del romanzo. A volte per comprendere chi amiamo dobbiamo imparare a guardare le ferite che non riesce a mostrarci. E il Grappa, con le sue cicatrici, diventa così il volto stesso di un padre che tace perché ha visto troppo, ma che attraverso il figlio cerca ancora una volta di trasformare il proprio dolore in memoria. (Carlo Silvano)
____________
Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sul collegamento alla libreria IBS: Libri di Carlo Silvano su IBS
Commenti
Posta un commento