5. Un giovane davanti al Mistero: Nicolò, sedici anni, racconta il suo incontro con la Messa in vetus ordo
Un giovane davanti al Mistero:
Nicolò, sedici anni, racconta il suo incontro
con la Messa in vetus ordo
(a cura di Carlo Silvano)
Nicolò
ha sedici anni e vive nella diocesi di Vittorio Veneto. È uno
studente come tanti altri della sua età, ma negli ultimi tempi
ha iniziato un percorso personale di approfondimento della fede
cattolica che lo ha portato a incontrare la liturgia tradizionale
della Chiesa, la Santa Messa in vetus ordo. In questa intervista
racconta come è nato questo incontro, quali impressioni ha suscitato
in lui il rito antico e quali riflessioni emergono nella sua vita
quotidiana di studente e di giovane credente. Le sue parole mostrano
lo sguardo di una generazione cresciuta nell’era di Internet e
dell’accesso immediato alle informazioni, ma allo stesso tempo
assetata di senso, di verità e di sacralità.
Nicolò, quando hai partecipato per la prima volta alla Santa Messa in vetus ordo? È stata una tua scelta personale oppure sei stato accompagnato da qualcuno? Quali motivazioni ti hanno spinto ad avvicinarti a questa forma liturgica?
Non saprei dire esattamente quando, ma penso di aver partecipato per la prima volta alla Messa in vetus ordo nell’estate del 2025. Si celebrava in un luogo non tanto lontano da dove vivo, e fu mia madre a introdurmi a questo rito. Lei frequentava il luogo con una sua amica già da qualche mese ed era rimasta piacevolmente colpita dal rito antico; quindi decisi di andare una domenica con loro.
Ricordo di aver provato sia una certa fascinazione sia un leggero senso di sconforto. Provai meraviglia verso il rito e la lingua latina, con le sue pause, la sua riverenza e la sua bellezza, certo; ma c’erano anche altre cose che andavano oltre il rito che non condividevamo molto.
Verso la fine dell’estate, inoltre, per ricerca personale, stavo imparando più cose sulla fede cattolica di cui non ero a conoscenza prima e stavo iniziando a capire concetti come l’autorità episcopale, il primato di Pietro, l’importanza dei sacramenti e così via. Fu questo insieme di fattori che ci spinse ad allontanarci da quella comunità. Riuscimmo, grazie a Dio, dopo un po’ di tempo, a trovare un’altra comunità e ci sentimmo subito più in sintonia.
Penso di essere stato spinto verso questo rito in parte perché sentivo l’esigenza di far parte di un gruppo di fedeli che non fosse semplicemente cattolico per nome, ma che amasse veramente Dio e la propria fede; ma soprattutto perché volevo partecipare a un rito che onorasse il Signore come il Dio dell’universo, in una Messa progettata da secoli per essere riverente e accogliere il Santissimo Sacramento con la dovuta dignità, con una lingua adottata e trasformata per essere perfetta per la preghiera.
Frequentando il vetus ordo, ci sono aspetti che fai più fatica a comprendere o che non apprezzi particolarmente? Quali invece sono quelli che senti più vicini alla tua sensibilità e che ti aiutano di più a pregare?
Personalmente non apprezzo particolarmente la mancanza della partecipazione dei fedeli nella Messa. Nel novus ordo i fedeli sono più coinvolti perché chiamati a recitare preghiere ed invocazioni ad alta voce, mentre nel vetus ordo il fedele sembra quasi più uno spettatore, partecipando solo in due o tre orazioni e canti. Certo, la parte più importante della Messa è l’Eucaristia, ma credo che un coinvolgimento maggiore potrebbe rafforzare il senso di partecipazione. Inoltre noto che nelle omelie dei sacerdoti del vetus ordo, seppur molto approfondite ed interessanti, ci sono dei richiami che sembrano più dei rimproveri che degli insegnamenti.
Apprezzo fortemente, invece, la grande riverenza, il silenzio, i paramenti liturgici e l’eleganza del rito. La Messa nel novus ordo spesso non dà l’idea di assistere a qualcosa di sacro e soprannaturale, la venuta del Figlio dell’Uomo come Ostia nelle mani del presbitero, un vero e proprio miracolo, ma sembra invece un luogo qualunque dove ci si ritrova la domenica: la gente si guarda attorno, chiacchiera spesso e ridacchia, non si interessa della liturgia in generale e la stessa non aiuta in questo.
Nel vetus ordo invece i canti aiutano ad entrare in un atteggiamento più intimo e mistico che predispone maggiormente l’anima all’incontro con il Signore. I fedeli sono spesso in ginocchio e, durante la transustanziazione, c’è silenzio assoluto, eccetto per il suono della campanella.
Tutto il rito ha un’impostazione di riverenza, rispetto e gratitudine verso quell’immenso miracolo del dono d’amore più importante e salvifico per tutta l’umanità.
Nel vetus ordo, all’inizio della Messa, il sacerdote pronuncia le parole del Salmo: “Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro gente spietata; liberami dall’uomo iniquo e fallace”. Che cosa ti suggeriscono queste parole? Le senti attuali per la vita di un giovane di oggi?
Penso che sia un’implorazione affascinante. Il mondo cercherà sempre di fare pressione sulla verità, proprio perché scomoda, e anche noi stessi cercheremo sempre di fuggire dalla stessa verità per sfamare le nostre passioni e i nostri desideri. Chiedere al Signore di aiutarci a difendere la causa cristiana contro chi la contrasta è un grande atto di umiltà e di fede: ci si rende conto che da soli non si possono vincere i mali del peccato, sia esterno sia interno, quindi chiedere ausilio a Dio è necessario; inoltre, affidarsi a Lui è un atto di grande coraggio ed è una strada difficile da seguire.
Sento queste parole come sufficientemente attuali per la vita di un giovane di oggi. Essere cattolici, specialmente in Italia settentrionale, è sempre più raro, ma ciò che è più raro è seguire gli insegnamenti della Chiesa. Non posso mettere piede fuori casa senza essere tentato in qualche modo, ed ogni volta che inizia una discussione in classe sono spesso chiamato in causa per “rispondere dal punto di vista della Chiesa”, che è una grande responsabilità e risulta difficile farlo quasi costantemente.
Ho bisogno, quindi, di una costante protezione non solo dalle sfide del mondo, ma anche dalla mia tentazione a cedere, ad abbandonare tutto, a cadere nel male. Essere esposti a internet da una giovane età significa praticamente essere esposti all’intera conoscenza umana e saperla navigare con relativa facilità.
Questo sovraccarico di informazioni porta a formulare argomenti sempre più articolati contro o a favore dell’esistenza di Dio, dai semplici ed infantili “Dio esiste perché mia mamma lo dice” e “Dio non esiste perché mi sento male oggi” alla prova aristotelica e alle critiche filosofiche alla necessità di un primo motore immobile. La quantità di informazioni spesso genera in me un’ansia esistenziale e quindi sento sempre di aver bisogno dell’aiuto dell’Altissimo contro quell’uomo iniquo che a volte può essere anche me stesso.
Durante il Confiteor, preferisci che venga recitato in latino o in italiano? Perché? Ti aiuta di più comprendere immediatamente le parole o entrare in un clima di preghiera anche attraverso una lingua diversa?
Sicuramente in italiano la comprensione è più facile per la maggior parte delle persone al giorno d’oggi, ma credo che in latino abbia un effetto diverso e ci riporti alla fondazione del cristianesimo a Roma. È una lingua che andrebbe maggiormente considerata; soprattutto sarebbe meraviglioso se diventasse, anzi ritornasse, ad essere popolare nel cattolicesimo.
Spesso vengono richieste preghiere comunitarie o si organizzano cenacoli per vari accadimenti oppure, come recentemente successo al Giubileo, si ritrovano tante persone di diverse nazionalità e penso: se tutti recitassero le preghiere in latino ci sarebbe una risonanza completamente diversa. Credo che l’unificazione della preghiera in latino aumenterebbe esponenzialmente la potenza della stessa.
Tenendo presente la tua esperienza di studente, quali riflessioni ti suscita il Credo recitato in latino? Ti sembra un ostacolo o, al contrario, uno stimolo ad approfondire ciò che professi con la fede?
Non trovo il Credo recitato in latino come un ostacolo. Penso infatti che per la maggior parte sia comprensibile a chi parla italiano. Penso invece che aiuti a tenerci più legati alla nostra tradizione come parte della Chiesa romana. Io stesso credo che il Credo che recitiamo oggi in latino sia quello recitato per millenni, da quando è stato composto dopo il Concilio di Costantinopoli dalle comunità di lingua latina, dai grandi santi come san Francesco, san Tommaso d’Aquino, sant’Agostino, dai grandi papi ai frati nei conventi.
Questo, a me, sembra quasi un compimento delle parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola” (Gv 17,20-22).
Penso inoltre che utilizzare la lingua latina per il Credo aiuti a concentrarsi di più sulle parole e a riflettere veramente su quello che crediamo come cristiani: Dio Padre, l’incarnazione del Figlio, la passione di nostro Signore, la risurrezione, lo Spirito Santo e l’amore trinitario ed infine la Chiesa con i suoi sacramenti e insegnamenti.
Come studente e come credente, in che modo vivi il momento della Consacrazione, quando il pane e il vino diventano Corpo e Sangue di Cristo? Che differenza percepisci rispetto ad altri momenti della Messa?
Vivo la consacrazione con profonda venerazione e una profonda pace. Il silenzio aiuta a concentrarmi e i movimenti del sacerdote mostrano grande riverenza, aiutando il senso di meraviglia.
Il pensiero di assistere a un miracolo crea un’emozione indescrivibile, come il pensiero che Cristo ci ami così tanto da decidere di entrare in noi attraverso l’Ostia. Egli, nella sua vita sulla terra, non ha fatto altro che portare la sua luce e il suo amore, e questi stessi elementi vengono trasportati al nostro interno, per santificarci e per approfondire il nostro rapporto con Dio.
L’idea che ciò che ho descritto sia presente in quel pane e in quel vino sembra rendere qualsiasi altro momento della vita futile e riempire il tempo della consacrazione di pura gioia.
Gli altri momenti della Messa sono diversi: si recitano preghiere, si ascoltano il Vangelo, le omelie e le parole del sacerdote; ma durante la consacrazione è tutto silenzioso, tutti sono in ginocchio e l’unico rumore presente è quello della campanella e i suoni metallici del turibolo, forse il cinguettio degli uccelli e il fruscio delle foglie dall’esterno.
Un momento dedicato alla pura riflessione, all’adorazione e alla pace, unico rispetto ad ogni esperienza immaginabile. Personalmente, è così che vivo la consacrazione.
Dopo la celebrazione della Messa in vetus ordo viene solitamente proclamato il Vangelo di Giovanni (“In principio era il Verbo…”). Che significato attribuisci a questa lettura finale? In che modo ti aiuta a rientrare nella vita quotidiana?
Penso che queste parole simboleggino l’entrata del Verbo fatto carne nelle nostre vite dopo aver ricevuto l’Eucaristia.
Penso che sia uno dei momenti più importanti: avere Cristo stesso dentro di noi, che guida le nostre azioni e i nostri pensieri, ci rafforza contro il peccato e ci dona un cuore nuovo, il suo Sacro Cuore.
Mi ricorda la grandezza dell’amore e della saggezza del Signore: Egli è il Verbo, Egli è infinito in grandezza, conoscenza e amore.
Poter godere della sua presenza è un immenso onore e mi aiuta ad affrontare la giornata con uno spirito diverso: uno spirito che ama, che è più paziente, che non condanna ma accoglie, uno spirito più fedele alle leggi di Dio.
Poter avvicinarsi al divino non significa solo esaltare se stessi, ma esaltare il Signore compiendo il proprio scopo di vita.
Le parole dell’evangelista mi ricordano inoltre che la venuta di Dio sulla terra non è solo spirituale o intellettuale, ma anche carnale. Le sue sofferenze sono vere, come le sue decisioni, così come le mie; e queste ultime, seppur imperfette, diventano più vicine alle sue.
Cristo ha sofferto per noi e la sua vita non si ferma sulla croce, ma ci guida in ogni momento della nostra vita, specialmente dopo aver assunto il suo corpo nell’Ostia. Forse non esiste gioia più grande di godere della vera libertà, che non è semplicemente fare quello che si vuole in base a ciò che sentiamo di fare in un particolare momento, ma essere in grado di amare come Gesù, di parlare come lui, di piangere come lui, di gridare come lui e di pensare come lui.
Secondo te, cosa può frenare un giovane della tua età dall’avvicinarsi alla Messa in vetus ordo? E cosa, invece, potrebbe incuriosirlo o incoraggiarlo a parteciparvi con maggiore interesse?
Penso che dipenda da quale giovane si parli, ma sono sicuro che lo scarso appoggio della Chiesa al rito possa allontanare qualcuno da esso. Come cattolici dobbiamo credere che cardinali, vescovi e il Papa che guidano la Chiesa abbiano un vero potere ispirato dallo Spirito Santo e, anche se ciò non significa che siano infallibili in ogni situazione immaginabile, è facile presumere che se la Chiesa è così esitante nel permettere il rito significhi che qualcosa non quadra.
Dato che esiste già una Messa approvata e celebrata in ogni chiesa cattolica, chiunque preferirebbe partecipare a quest’ultima se non ha ancora approfondito la fede. Naturalmente non intendo dire che chi approfondisce la propria fede debba frequentare il vetus ordo: anche se è un rito meraviglioso e riverente, ognuno dovrebbe partecipare al rito che sente più vicino a sé. C’è chi preferisce il rito bizantino, quello ambrosiano e così via.
È probabile che un giovane possa anche essere diffidente verso i valori forse un po’ troppo conservatori delle comunità di fedeli che partecipano al vetus ordo.
Ma qualcosa che potrebbe avvicinare un giovane è il senso di trascendenza e di meraviglia che il rito porta con sé. Certo, se il vetus ordo fosse il rito standard della Chiesa si affronterebbero probabilmente molti degli stessi problemi che ha il novus ordo, come uno spogliamento del rito o l’indifferenza dei fedeli. Ma questo rito possiede una bellezza che mi affascina, ed è per questo che preferisco frequentarlo: mi fa sentire più vicino a Dio, e forse molti giovani potrebbero essere avvicinati proprio da questo.
La testimonianza di Nicolò mostra come anche tra i più giovani possa nascere un interesse sincero per la dimensione più profonda e contemplativa della liturgia. In un tempo segnato dalla velocità, dalla sovrabbondanza di informazioni e dalle continue sollecitazioni del mondo digitale, il silenzio, la sacralità e il senso del mistero della Messa in vetus ordo possono diventare per molti ragazzi un luogo inatteso di incontro con Dio.
Le sue parole non sono quelle di uno specialista o di un teologo, ma di uno studente che, come tanti suoi coetanei, si confronta ogni giorno con domande sulla verità, sulla fede e sul significato della vita. Proprio per questo la sua esperienza appare particolarmente significativa: dimostra che la ricerca di Dio non appartiene soltanto al passato, ma continua ad abitare il cuore delle nuove generazioni. E forse proprio da questa sete di verità e di bellezza può nascere un rinnovato cammino di fede.
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Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sul collegamento alla Libreria Feltrinelli: Libri di Carlo Silvano



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