Passa ai contenuti principali

Il Crocifisso dimenticato: la Passione di Gesù e la domanda che nessuno riesce a evitare

 

Il Crocifisso dimenticato:

la Passione di Gesù

e la domanda che nessuno riesce a evitare

di Carlo Silvano

VILLORBA - Molti uomini e donne in Europa sono cresciuti dentro la fede cristiana senza rendersene pienamente conto. Da bambini sono stati portati al fonte battesimale, hanno ricevuto la Prima Comunione, forse anche la Cresima. Hanno imparato alcune preghiere, hanno visto un crocifisso sopra l’altare o appeso nella casa dei nonni. Poi, lentamente, la vita ha preso un’altra direzione. Studio, lavoro, famiglia, preoccupazioni, delusioni. La fede è rimasta sullo sfondo, come una lingua imparata da piccoli, ma mai più parlata.

Non c’è sempre stata una ribellione esplicita contro Dio. Più spesso è accaduto qualcosa di più semplice e più silenzioso: l’indifferenza.

Eppure c’è una domanda che ritorna, prima o poi, soprattutto quando la vita mostra il suo lato più duro: la sofferenza, l’ingiustizia, la morte, il senso della fatica quotidiana. È la domanda che attraversa ogni esistenza umana: che senso ha vivere, se tutto finisce nella polvere?

La Passione di Gesù Cristo nasce precisamente dentro questa domanda.

Se si legge il racconto della Passione nei Vangeli senza pregiudizi, colpisce un fatto: non è il racconto di un eroe che domina la scena con forza e potenza. È la storia di un uomo che viene tradito, abbandonato, processato ingiustamente, deriso, torturato e ucciso. È un uomo che conosce la paura, l’angoscia, il silenzio degli amici, l’indifferenza della folla.

È difficile trovare nella storia dell’umanità una scena più radicale di quella che avviene sul Golgota.

Un Dio crocifisso.

Per chi non crede o è diventato indifferente alla fede, questa immagine può sembrare inutile, persino disturbante. Perché un Dio dovrebbe finire così? Che senso ha adorare qualcuno che muore nel modo più umiliante possibile?

Ma proprio qui si trova il punto decisivo del cristianesimo.

Se Dio fosse rimasto distante dal dolore umano, sarebbe facile ignorarlo. Sarebbe un principio astratto, una teoria morale, forse una consolazione psicologica per chi ha bisogno di credere in qualcosa. Invece il cristianesimo afferma qualcosa di molto più scandaloso: Dio ha scelto di entrare nella parte più oscura dell’esperienza umana.

Non è rimasto spettatore.

Ha condiviso il destino degli uomini.

Nella Passione, Gesù Cristo attraversa tutte le domande che ogni uomo porta dentro di sé: la solitudine, l’ingiustizia, il tradimento degli amici, la sensazione di essere abbandonati perfino da Dio. Il grido sulla croce — “Dio mio, perché mi hai abbandonato?” — non è la negazione della fede, ma la rivelazione di quanto profondamente Dio abbia voluto entrare nella condizione umana.

Questo cambia radicalmente il modo di guardare la sofferenza.

Non la rende automaticamente più facile. Non cancella il dolore delle malattie, delle ingiustizie, delle solitudini quotidiane. Ma dice una cosa decisiva: nessuna sofferenza umana è più solitaria.

Dio l’ha abitata.

Per chi è stato battezzato da bambino e poi si è allontanato, questo significa che la fede non è solo un ricordo dell’infanzia. È una porta rimasta socchiusa nella propria storia. Anche quando sembra chiusa, non è stata cancellata.

Il Battesimo non è semplicemente una cerimonia sociale o una tradizione familiare. Nella visione cristiana è un seme piantato nell’esistenza di una persona. Un seme può restare a lungo sotto terra senza dare segni visibili. Ma non è morto.

Molte persone oggi non rifiutano tanto Cristo quanto l’immagine superficiale che ne hanno ricevuto: una religione fatta solo di regole, obblighi, sensi di colpa o abitudini sociali. Ma la Passione racconta qualcosa di molto diverso.

Racconta un Dio che non salva l’uomo dall’alto della sua potenza, ma dall’interno della sua vulnerabilità.

Un Dio che non elimina la croce con un gesto magico, ma la attraversa fino in fondo.

Questo è il punto che spesso lascia indifferenti o inquieti gli uomini moderni. Perché la Passione non è solo un fatto religioso. È uno specchio.

Davanti alla croce emerge una domanda personale: cosa faccio io di questo uomo?

Posso ignorarlo, come la folla che passava sotto il Golgota. Posso deriderlo, come i soldati. Posso restare distante, come molti spettatori. Oppure posso lasciarmi interrogare da quel volto ferito che non risponde alla violenza con altra violenza.

Nel corso dei secoli milioni di persone hanno trovato proprio lì la ragione per continuare a vivere, amare e sperare anche nelle situazioni più dure.

Non perché la vita sia diventata improvvisamente facile.

Ma perché hanno scoperto che il dolore non è l’ultima parola della storia.

La Passione non si conclude con la morte. I Vangeli insistono su questo punto perché senza di esso tutto il cristianesimo sarebbe solo una tragedia. La croce non è il finale, ma il passaggio verso la risurrezione.

Per questo motivo il cristianesimo continua a provocare anche chi non crede.

Se Cristo non è risorto, la fede cristiana è una grande illusione della storia. Ma se è risorto, allora la realtà è più grande di quanto immaginiamo. La morte non è il muro definitivo. La sofferenza non è l’ultima parola. La storia non è destinata al nulla.

Molti uomini e donne che oggi si dichiarano indifferenti alla fede non hanno mai davvero guardato fino in fondo questa domanda.

Eppure, prima o poi, la vita la ripropone.

Quando si perde qualcuno che si ama. Quando il lavoro diventa fatica senza senso. Quando le relazioni si spezzano. Quando si avverte quella strana inquietudine che nessun successo riesce a colmare.

È in quei momenti che il crocifisso, spesso dimenticato in una chiesa o in un vecchio cassetto, torna a parlare.

Non con un discorso teorico.

Ma con una presenza.

La Passione di Gesù Cristo non costringe nessuno a credere. Ma continua a porre una domanda radicale a ogni uomo, credente o no: se Dio ha davvero condiviso la nostra sofferenza, possiamo ancora dire che la nostra vita è senza significato?

Forse il primo passo della fede non è avere tutte le risposte.

È avere il coraggio di non ignorare più questa domanda. 

_______________________________ 

Il presente blog è curato da Carlo Silvano, autore di numerosi volumi. Per informazioni cliccare sul collegamento alla libreria Feltrinelli: Libri di Carlo Silvano alla Feltrinelli 


 




Commenti

Post popolari in questo blog

ROBERT ROSSI, LA FRANCESIZZAZIONE DI TENDA È INIZIATA CON I BAMBINI DELLA SCUOLA

TENDA - « Mi chiamo Robert Rossi e sono nato nel 1944: mia madre è brigasca e conobbe mio padre che svolgeva il servizio militare ne lla GAF, cioè la guardia di frontiera proprio a Briga Marittima. Dopo l’8 settembre del 1943 mio padre fu catturato dai nazisti e portato in Germania, ma finita la guerra ritornò a Briga e si sposò con mia madre per venire a mancare nel 2009 ». Inizia con queste parole l’intervista concessami da Robert Rossi (qui sotto in foto), nato italiano nel 1944 e diventato francese nel 1947, quando il comune di Tenda fu ceduto alla Francia in seguito al Trattato di Parigi. Signor Robert Rossi, a Tenda che lingua si parlava fino al 1945? E qual era il dialetto più diffuso? Oggi qualcuno a Tenda e a Briga parla ancora in dialetto? Fino al 1947 i comuni di Briga Marittima e Tenda rientravano nei confini dell’Italia e quindi la lingua ufficiale era l’italiano. A Briga Marittima era molto diffuso il dialetto locale, cioè il «brigasco», mentre a Tenda ...

Nizza, città francese o italiana?

Intervista allo storico e politico Alain Roullier-Laurens LA CITT À DI NIZZA RIPENSA AL SUO PASSATO ITALIANO Ha dato i natali a Giuseppe Garibaldi, artefice dell'unità nazionale Perché in certi libri scolastici non si parla della cessione della città di Nizza e della regione della Savoia da parte del governo di Torino a quello di Parigi nel 1860? Da questo interrogativo prende lo spunto l'intervista che segue, rilasciataci da Alain Roullier-Laurens , fondatore della “ Lega per la restaurazione delle libertà nizzarde ”. Nato a Nizza nel 1946, Alain Roullier-Laurens discende per parte di madre da una famiglia residente a Nizza ancor prima del 1388, anno della dedizione ai Savoia, ed è autore di numerosi libri che hanno provocato scalpore - ogni volta che sono usciti - sull'ideologia indipendentista nizzarda, sui retroscena dell'annessione e del falso plebiscito. I libri di Alain Roullier si basano su documenti inediti ed adoperati per la prima volta, come ...

Nizza: la città italiana sotto bandiera francese

  Nizza: la città italiana sotto bandiera francese Chi oggi passeggia tra le palme della Promenade des Anglais o tra i vicoli profumati di basilico della Vecchia Nizza vede una città francese. Ma basta grattare un po’ la superficie – o ascoltare attentamente certi suoni e certi nomi – per scoprire un’anima profondamente italiana. Un’italianità che affonda le radici nella storia e che, in momenti cruciali, si è manifestata con forza e orgoglio. Nell’ agosto del 1543 , due potenze alleate – la Francia di Francesco I e la flotta ottomana di Solimano il Magnifico, guidata dal leggendario pirata Barbarossa – strinsero d’assedio Nizza. Allora parte dei domini sabaudi, la città e la contea di Nizza rappresentava una roccaforte strategica tra Provenza e Liguria. I nizzardi resistettero per settimane, combattendo sulle mura e nelle strade. È in quei giorni che emerge la figura di Caterina Segurana , una lavandaia che guidò un manipolo di cittadini nel respingere gli ass...