Domenica primo marzo, nella chiesa dei Frati Minori di Treviso, mentre risuonava il brano della chiamata di Abramo, ho avvertito la forza disarmante di una promessa che attraversa i millenni. Il testo del libro della Genesi racconta: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). È un invito che spiazza: lasciare ciò che è sicuro per affidarsi a una voce, a una promessa.
E subito dopo, la promessa: «Farò di te una grande nazione e ti benedirò… In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,2-3). Abramo non riceve soltanto una terra; riceve una missione universale. Diventerà padre di molte famiglie, padre di una discendenza che non si misura soltanto con i legami di sangue, ma con la fede e con la fiducia in Dio. In quella promessa c’è già un disegno di fraternità che abbraccia tutti i popoli.
Eppure, proprio nelle terre che si richiamano ad Abramo — il Medio Oriente, culla delle grandi religioni monoteiste — si continua a combattere. Le guerre che insanguinano la regione, dai conflitti tra israeliani e palestinesi alle tensioni che attraversano paesi come la Siria, lo Yemen, l’Iran e altre nazioni martoriate, sembrano smentire quella promessa di benedizione universale. Là dove Abramo ha mosso i primi passi della fede, oggi troppi passi sono scanditi dal rumore delle armi.
È come se l’umanità facesse fatica a credere che l’altro possa essere fratello. Abramo, lasciando la sua terra, compie un atto di fiducia radicale: non si chiude nella difesa del proprio spazio, ma si apre a un futuro che non conosce. Le guerre, al contrario, nascono spesso dalla paura di perdere qualcosa, dalla volontà di possedere, dal rifiuto del dialogo.
In questo contesto risuonano forti le parole di papa Leone XIV, che recentemente ha rivolto un appello accorato ai responsabili delle nazioni: «Depongano le armi e scelgano la via del dialogo; nessuna vittoria militare potrà mai sostituire la forza della pace». E ancora: «Tacciano le armi, si ascolti il grido dei popoli che chiedono futuro e dignità». Sono parole che si inseriscono nella grande tradizione della Chiesa, ma che oggi suonano con particolare urgenza.
Se Abramo è padre di molte famiglie, allora israeliani e palestinesi, cristiani, ebrei e musulmani, popoli diversi per cultura e storia, sono in qualche modo figli di una stessa promessa. La fede autentica non può diventare pretesto di divisione; dovrebbe essere invece il terreno comune su cui riconoscersi fratelli.
Alla fine, il cammino di Abramo trova compimento nei Vangeli. Gesù riprende e porta a pienezza quella promessa, indicando una via sorprendente: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Essere figli di Dio significa assomigliare al Padre, che non distrugge ma crea, non divide ma raduna.
Forse oggi il vero “lasciare la propria terra” è abbandonare le certezze dell’odio, le logiche della vendetta, le identità chiuse che escludono l’altro. Come Abramo, anche noi siamo chiamati a camminare verso una terra che Dio ci indicherà: una terra che non è soltanto geografica, ma spirituale, fatta di dialogo, di giustizia e di pace. Solo così la promessa fatta a lui — diventare benedizione per tutte le famiglie della terra — potrà risplendere ancora, anche nelle notti più oscure della storia. (Carlo Silvano)
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