la testimonianza di Luisa, moglie e madre,
alla luce della Messa in vetus ordo
C’è un momento, nella vita di molte famiglie cristiane, in cui le parole non bastano più. In cui il linguaggio della fede appare impoverito, le proposte educative indebolite, e il desiderio di verità entra in tensione con una prassi che sembra aver smarrito il suo centro. È spesso in questi passaggi che nasce una ricerca più radicale, non ideologica ma vitale: la ricerca di Dio così come si è rivelato, senza sconti né scorciatoie. La testimonianza di Luisa, moglie e madre di sei figli, si colloca precisamente in questo spazio di domanda e di grazia. Il suo cammino verso la Messa in vetus ordo non nasce da una nostalgia estetica, ma da una sete profonda di coerenza, di educazione autenticamente cristiana e di fedeltà al Vangelo.
Signora Luisa, che cosa l’ha spinta ad avvicinarsi alla Messa in vetus ordo e in quale momento della sua vita è avvenuto questo incontro?
«Questo incontro è avvenuto sette anni fa, quando avevo quarantadue anni, un marito e sei figli. Ero immersa nella vita familiare e parrocchiale, ma dentro di me cresceva un’inquietudine sempre più forte. Avevo compreso che il cattolicesimo così come lo vivevamo in parrocchia e nei gruppi che frequentavamo non era sufficiente né per crescere nella fede né per educare i figli. Tutto mi appariva annacquato, spesso “fuori dai binari” indicati da Gesù stesso.
Ero catechista da diciassette anni e mi trovavo davanti a un catechismo che non parlava più davvero di Dio. O meglio, Dio era diventato una sorta di storiella a episodi, senza conseguenze concrete sulla vita morale. Il peccato non era più chiamato peccato, ma una “complicazione di percorso”. Questo mi lasciava esterrefatta. Mi chiedevo: se non chiamiamo più il male con il suo nome, come possiamo insegnare ai nostri figli a scegliere il bene?
Pregavo molto, chiedevo a Dio di venirmi in aiuto, di mostrarmi una strada chiara, di aiutarmi a educare i figli a scegliere la via stretta ma giusta. Chiedevo sacerdoti, esempi, persone che ci aiutassero davvero a vivere il Vangelo. E posso dirlo con semplicità: credo che la Vergine Maria abbia ascoltato quella preghiera. Portavo al collo la Medaglia Miracolosa e, grazie a quella devozione, abbiamo incontrato un sacerdote che ci ha fatto riscoprire il valore del Santo Rosario e la consacrazione della famiglia alla Vergine di Nazareth. Dopo alcuni anni, è stato lui stesso a farci conoscere la Messa in vetus ordo, che anche lui aveva da poco riscoperto, e altri sacerdoti che celebravano nel rito antico».
Tutta la sua famiglia partecipa oggi alla Santa Messa in vetus ordo?
«Sì, ma non è stato immediato. All’inizio mi sono “avventurata” io con il figlio maggiore, che allora aveva diciotto anni. Agli altri sembrava troppo difficile, distante, complicata. Poi, poco alla volta, ci hanno seguiti tutti. Anche il periodo del Covid, paradossalmente, ci ha aiutati: ha favorito un clima familiare di preghiera, confronto e discernimento, costringendoci a rivedere le priorità.
Oggi sono proprio i figli a preferire il vetus ordo. Dicono che è una Messa libera dai protagonismi umani, che aiuta a vivere in modo più vero il sacrificio eucaristico. Questo per me è un segno fortissimo: quando i giovani riconoscono la verità del sacro, significa che la liturgia educa davvero».
Ha incontrato difficoltà iniziali con la celebrazione in latino? Come le ha affrontate e che rapporto ha oggi con questa lingua nella preghiera?
«Avevo studiato latino a scuola, ma ne conservavo solo un vago ricordo. All’inizio non è stato facile. Tuttavia, grazie al messalino, ad alcune catechesi e anche a video di approfondimento, ho iniziato lentamente a entrare nel mondo del vetus ordo. Ricordo che all’inizio leggevo il messalino anche durante la settimana, per imparare a orientarmi e per comprendere meglio le varie parti della Messa.
Col tempo tutto è diventato naturale. Ma ciò che più mi ha colpito è stato capire che questa Messa arriva da lontano nel tempo, è vicina ai primi discepoli, si è arricchita nei secoli senza perdere la sua anima. Il latino, una lingua che attraversa la storia e le culture, rende la Messa identica in ogni parte del mondo. Mi fa sentire parte di un unico popolo di Dio. Mi emoziona incontrare a Messa inglesi, tedeschi, indiani, africani, americani, e pregare tutti insieme nella stessa lingua. Prima non avevo mai sentito il mondo così vicino».
Prima della Messa in vetus ordo viene spesso recitato il Santo Rosario. Che valore ha per lei questa preghiera come preparazione alla celebrazione eucaristica?
«Il Santo Rosario è diventato una vera porta d’ingresso alla Messa. Spesso lo recitiamo in auto durante il tragitto verso la chiesa e, da circa un anno, cerchiamo di arrivare un’ora prima per recitare insieme ad altri fedeli le tre corone. È un modo concreto per fare della domenica il fulcro della settimana.
Certo, durante il Rosario capita la distrazione, ma credo che anche lo sforzo, la perseveranza e la fedeltà siano graditi a Dio. Non si tratta di “sentire” sempre qualcosa, ma di restare, come Maria ai piedi del Figlio».
Che significato ha per lei inginocchiarsi per ricevere la Santa Comunione e accogliere l’Eucaristia sulla lingua?
«Per me inginocchiarmi davanti all’Eucaristia è un gesto di rispetto verso Gesù realmente presente. È dire con il corpo: “Domine, non sum digna”. Ricevo la Comunione solo sulla lingua perché le mie mani non sono consacrate. Se diciamo di onorare Dio, dobbiamo farlo anche con i gesti. La liturgia chiede coerenza.
Ed è proprio la mancanza di coerenza che oggi mi addolora di più: si proclamano parole di verità, di fiducia nella Provvidenza, di fedeltà al Vangelo, e subito dopo tutto viene sacrificato al rispetto umano, all’ecumenismo di facciata, all’emergenza del momento. Ma Gesù è stato chiaro: “Il vostro parlare sia sì, sì; no, no”. Questa forma di riverenza mi dona pace interiore, perché rimette ordine tra ciò che si crede e ciò che si vive».
Che
importanza ha per lei il silenzio e il ringraziamento dopo la Santa
Messa?
«Già
durante la Messa in vetus ordo il silenzio ha un ruolo fondamentale:
si sente il sacerdote sussurrare le preghiere e questo mi aiuta a
interiorizzare ciò che accade. Il ringraziamento dopo la Messa è
diverso, forse più faticoso. Tutto sembra compiuto, eppure è lì
che si gioca qualcosa di decisivo.
Restare quei quindici minuti è dire grazie per un miracolo immenso, per essere diventati – indegnamente – tabernacoli viventi. È anche il momento del dialogo personale con Dio, della supplica, dell’affidamento delle battaglie quotidiane».
In che modo, secondo la sua esperienza, la spiritualità legata al vetus ordo educa e sensibilizza i fedeli alla carità concreta, in particolare all’aiuto materiale verso le persone più bisognose?
«Ho appreso la generosità dall’esempio di mia nonna e di mia madre e, in seguito, l’ho condivisa e vissuta insieme a mio marito, fino a farne uno stile di vita. Tuttavia, in diversi ambienti mi sono spesso sentita incompresa. Mi veniva consigliato di “stare attenta”, di essere più parsimoniosa, di non farmi carico dei pesi e delle difficoltà degli altri per evitare l’esaurimento. Così, pur continuando a fare ciò che ritenevo giusto, finivo per vivere sensi di colpa quando mi sentivo stanca o quando avevo bisogno di condividere le mie fatiche, perché venivo giudicata vanitosa o lamentosa.
Ciò che più mi turbava era constatare come il Vangelo, pur essendo predicato con insistenza in molti gruppi, fosse poi vissuto con il “freno a mano tirato”, sempre accompagnato da riserve, da se e da ma. Avvertivo una sorta di sterilità spirituale, un’incapacità di rigenerarsi interiormente, come se mancasse lo scopo ultimo di tutta quella carità tanto proclamata.
Poi Dio mi ha donato l’incontro con il vetus ordo. In questo contesto ho conosciuto un sacerdote che si consuma nella carità evangelica per portare le anime a Dio, vivendo nella povertà e nel sacrificio. Ho incontrato suore che offrono tutto di sé, confidando pienamente nella Provvidenza divina. Attraverso questi esempi ho ritrovato forza e ho potuto vedere segni concreti del Dio Provvido, che la mentalità moderna sembra aver messo da parte o dimenticato.
Rimettendo tutto nelle mani di Dio, più che confidare nelle mie sole forze, ho ricevuto conferme profonde: ho compreso che la nostra famiglia numerosa è un dono e non un fardello, come spesso viene fatto credere; ho sperimentato il “centuplo quaggiù”, pur nella presenza di sofferenze e difficoltà; ho visto compiere scelte di vita autenticamente generose. Ho riscoperto l’essenzialità della carità verso le anime, intesa come accompagnamento verso la vera ricchezza che è Dio.
Ho compreso, infine, che lo scopo ultimo del nostro pellegrinaggio terreno è tornare a Dio e indicare la strada a coloro che Egli pone lungo il nostro cammino. In questo senso, la carità è condividere ciò che abbiamo ricevuto — beni materiali, tempo, talenti — per camminare insieme verso il Paradiso».
Ultima domanda, in che modo la Messa in vetus ordo sostiene oggi la sua vocazione di moglie e madre?
«Il vetus ordo ha confermato il mio ruolo. Prima mi sentivo sbagliata, fuori tempo, come se fossi rimasta indietro. Mi chiedevo: se Cristo è Via, Verità e Vita ieri, oggi e sempre, perché i cattolici fanno così fatica a testimoniarlo? Perché il Vangelo viene addolcito?
Da quando frequentiamo il rito antico, abbiamo perso amici, sono cambiate alcune relazioni, anche la nostra reputazione. Ma in tutto questo ci sentiamo abbracciati da Dio. Le insicurezze sono diventate certezze in Lui. Oggi so che ciò che conta davvero è dare priorità a Dio, vivere con coerenza e fare tutto con il sorriso».
In conclusione, la storia di Luisa mostra con chiarezza che la Tradizione non è un rifugio nostalgico per chi ha paura del presente, ma una sorgente viva dalla quale la Chiesa ha sempre attinto per rinnovarsi rimanendo fedele a se stessa. Non è un tornare indietro, ma un tornare in profondità. È ciò che accade quando si prende sul serio l’invito di Gesù: «Chi vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23). Seguendo Cristo non si sceglie la via più comoda, ma quella più vera; non quella più applaudita dal mondo, ma quella che conduce alla vita.
Nel cammino di Luisa e della sua famiglia emerge con forza un dato evangelico spesso dimenticato: la fede non è un’opinione tra le altre, né un sentimento vago, ma una sequela concreta che coinvolge tutta la vita. Gesù lo dice senza ambiguità: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione» (Mt 7,13). La liturgia tradizionale, con il suo linguaggio esigente, i suoi silenzi, la sua centralità di Dio, educa proprio a questa porta stretta, aiutando il fedele a non confondere il Vangelo con lo spirito del tempo.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che «la liturgia è l’opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo che è la Chiesa» (CCC 1071) e che attraverso di essa «Cristo associa sempre a sé la Chiesa sua sposa» (CCC 1089). Nella Messa, dunque, non si celebra una comunità, ma il Sacrificio di Cristo reso presente. Questo è ciò che Luisa ha riscoperto: non un rito costruito sull’uomo, ma un’azione divina che plasma l’uomo, lo corregge, lo educa, lo salva. Non a caso il Catechismo afferma che la liturgia «contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo» (CCC 1070).
La fedeltà al rito antico ha portato Luisa e la sua famiglia a pagare un prezzo: incomprensioni, distanze, giudizi. Ma il Vangelo è chiaro anche su questo: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me» (Gv 15,18). La pace che nasce dalla coerenza con la verità è più profonda di qualsiasi consenso umano. È quella pace di cui parla Gesù: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo» (Gv 14,27).
Quando la verità è amata, anche le rinunce diventano feconde. Quando Dio torna ad essere il primo criterio delle scelte quotidiane, tutto trova il suo posto: il matrimonio, l’educazione dei figli, la preghiera, il sacrificio. Come insegna ancora il Catechismo, «la liturgia è la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere lo spirito veramente cristiano» (CCC 1074). È questa fonte che Luisa ha ritrovato. E da una sorgente viva non nasce chiusura, ma vita. (a cura di Carlo Silvano)
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