Tra Tradizione e rinnovamento.
Un cammino di fede nella Chiesa di oggi
di Carlo Silvano
Elia è un fedele laico di una diocesi del Centro Italia. Cresciuto nella Chiesa del post-Concilio, nel corso degli anni ha maturato un percorso personale che lo ha portato a frequentare sia la Santa Messa nel novus ordo sia quella nel vetus ordo. In questa lunga e articolata conversazione, Elia riflette con franchezza e rispetto sulle differenze liturgiche, sulle tensioni interne alla Chiesa contemporanea e sulla necessità di riscoprire, al di là delle forme, una fede viva, umile e autenticamente radicata in Cristo.
Signor Elia, lei partecipa sia alla Santa Messa in vetus ordo che al novus ordo. Dopo averle frequentate entrambe per un tempo significativo, quali differenze coglie maggiormente sul piano spirituale e teologico, e in che modo queste influiscono sulla sua vita di fede quotidiana?
Direi di sì, in entrambi i casi. Negli ambienti modernisti si percepisce spesso un atteggiamento di sospetto, diffidenza e chiusura verso chi frequenta il vetus ordo. Io sono nato e cresciuto nella Chiesa emersa dal Concilio. Ho iniziato a partecipare alla Santa Messa in vetus ordo nel 2013, subito dopo le dimissioni di Sua Santità papa Benedetto XVI e l’elezione di papa Francesco.
L’arrivo di Bergoglio è stato per me come uno sparo nella notte. Come tanti fedeli cresciuti nella Chiesa del post-Concilio e del novus ordo, accompagnati da grandi Papi rassicuranti, come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, pur percependo le contraddizioni della Chiesa, la deriva dottrinale e la crescente crisi di immagine e credibilità dovuta all’indegnità di molti pastori e di parte della gerarchia, vivevamo la fede in maniera quasi inerziale: senza andare in profondità, senza porci domande, senza comprenderne davvero le ragioni, senza conoscere i secoli di storia della Chiesa precedenti il Concilio.
Papa Francesco è stato una brusca sveglia per molti fedeli, con la sua presa di distanza immediata da temi etici cari ai Papi precedenti — come dimenticare una delle sue frasi iconiche, riassumibile nel celebre “non fate figli come conigli” —, le successive persecuzioni verso alcuni ordini religiosi, tra cui i Francescani dell’Immacolata e Familia Christi, le numerose esternazioni eterodosse in ambito dottrinale, le affermazioni sul Santo Rosario, la presa di distanza dall’adorazione eucaristica, le dichiarazioni controverse su temi quali immigrazione, proprietà privata, omosessualità, comunione ai divorziati risposati, senza dimenticare il rito della Pachamama.
Tutto ciò mi spinse inizialmente ad approfondire le ragioni della fede ricevuta dai miei genitori e a studiare, attraverso alcuni siti legati al mondo della tradizione, i principali documenti teologico-dottrinali della Chiesa cattolica, così come gli eventi che hanno segnato la vita ecclesiale negli ultimi settant’anni. Da qui maturò il desiderio di conoscere personalmente il vetus ordo.
La sorpresa nello scoprire la bellezza, la sacralità e la profondità di questo rito è stata tale che, per molto tempo, ogni domenica e in tutte le feste comandate ho percorso circa cento chilometri per partecipare alla Santa Messa antica più vicina a casa. Mi spingeva il desiderio di comprendere le ragioni della forte ostilità e dell’indifferenza di una parte del mondo cattolico verso questo rito, convinto che ciò che ha nutrito la vita dei santi per duemila anni non potesse essere messo “fuori corso”, né diventare improvvisamente nocivo per la Chiesa.
Volevo conoscere di persona, e non per sentito dire, quel rito millenario che ha accompagnato generazioni di santi, per giungere a una valutazione personale, non filtrata da sensibilità altrui.
Venendo alle differenze tra vetus e novus ordo, la prima che ho notato — e forse anche il principale ostacolo per chi vi si accosta per la prima volta — è il silenzio. Un silenzio al quale non siamo più abituati e che quasi ci spaventa, ma che è essenziale per entrare in contatto con Dio. Una seconda differenza evidente è la maggiore percezione di solennità e sacralità del rito. La terza è la bellezza intrinseca: la ricchezza dei paramenti, la cura dell’altare, intesa come offerta delle primizie a Dio.
Colpisce anche la posizione del sacerdote, non più rivolto verso il popolo, ma ad orientem, anch’egli rivolto a Dio; la comunione ricevuta in ginocchio; il focus costante sul Santo Sacrificio. Il sacerdote si pone visibilmente come strumento di intercessione tra Cristo presente nel tabernacolo e il popolo. Infine, la musica sacra, più elevata e vibrante, fortemente connotata da un senso di trascendenza.
Il novus ordo, invece, enfatizza maggiormente la partecipazione attiva dei fedeli, la liturgia della Parola e il concetto di “banchetto eucaristico”. Queste sono le differenze che emergono subito a un primo approccio. Con il tempo, però, affiorano differenze più profonde, legate alla teologia sottostante e alla fede stessa, secondo il principio della lex orandi, lex credendi. Il rito antico ha un carattere più marcatamente cattolico e militante, mentre il nuovo rito, anche sulla spinta di un falso ecumenismo, contiene in sé elementi fortemente protestantizzanti.
Detto questo, non spetta a me, come laico, stabilire ciò che sia buono o giusto per la Chiesa, né decidere il modo in cui si debba pregare Dio. Noi laici siamo Chiesa orante e seguiamo ciò che la Chiesa docente ci indica. Posso però affermare che ciò che è stato buono e santo per san Pio da Pietrelcina e per i santi di duemila anni di storia, non può cessare di esserlo per i fedeli di oggi che sentono il vetus ordo più rispondente alla propria sensibilità spirituale.
Quanto alla vita di fede quotidiana, credo dipenda più da un’adesione vera, sincera e autentica agli insegnamenti di Cristo e dall’accettazione serena e gioiosa delle prove, piuttosto che dall’adesione a questo o a quel rito. Personalmente ho sperimentato la potenza trasformatrice dell’adorazione eucaristica, tesoro immenso della Chiesa, centro e culmine della nostra fede. Un tesoro che va oltre il rito e accomuna fedeli del vetus e del novus ordo. Certamente l’adorazione eucaristica silenziosa e contemplativa, unita alla recita del Santo Rosario o alla meditazione di testi sacri, si avvicina maggiormente alla struttura del rito antico.
Nel suo cammino personale ha attraversato una fase di riflessione o di crisi legata agli ambienti tradizionalisti o a quelli del novus ordo? Quali aspetti l’hanno maggiormente interrogata o messa in difficoltà?
Direi di sì, in entrambi i casi. Come dicevo prima, negli ambienti modernisti si avverte spesso un atteggiamento di sospetto, diffidenza e chiusura verso chi frequenta il vetus ordo. A questo si aggiunge, talvolta, una pigrizia intellettuale inaccettabile, che porta a rifiutare lo studio della storia della Chiesa e a evitare un confronto serio e comparativo tra gli insegnamenti preconciliari e quelli successivi, per verificare se vi sia reale continuità o una rottura.
D’altra parte, frequentando ambienti tradizionalisti — senza voler generalizzare, poiché esistono realtà e sensibilità molto diverse — ci si può talvolta sentire perplessi, confusi e persino delusi. Il rischio, per chi sceglie di frequentare esclusivamente questo rito, è quello di giudicare negativamente tutto ciò che proviene “dall’altra parte”, di non riconoscere più il bene e il bello presenti nell’altra metà del cielo ecclesiale, entrando in una sorta di pessimismo cosmico. In questo clima, ogni parola o gesto viene analizzato, sezionato, scandagliato alla ricerca forzata di errori, spesso attraverso interpretazioni arbitrarie o fuorvianti.
Ritiene che, in alcuni contesti legati al vetus ordo, esista il rischio che una scelta liturgica legittima si trasformi in un atteggiamento di giudizio verso altri fedeli, con una conseguente perdita di umiltà e carità? Come si può, a suo avviso, evitare questa deriva?
Sì, ritengo che questo rischio sia reale e serio, soprattutto per la salvezza dell’anima di alcuni fedeli. Si può perdere umiltà e carità, diventando giudici severi e fustigatori dei costumi altrui, guardando più la pagliuzza nell’occhio del fratello che la trave nel proprio, pretendendo persino di imporre agli altri il modo corretto di pregare e di cercare Dio.
Questi atteggiamenti diventano particolarmente insopportabili quando, sentendosi minoranza, quasi in contesti settari, alcuni arrivano a sostenere che la Messa moderna non sia valida o che venga celebrata sempre senza fede e raccoglimento. Fortunatamente non è così. A mio avviso, una parte della responsabilità ricade su alcuni — non tutti, per carità — sacerdoti legati alla tradizione, che talvolta alimentano questi atteggiamenti.
Come evitare questa deriva?
Anzitutto ricordando che le questioni liturgiche spettano alla Chiesa, al Papa in comunione con i vescovi, non ai laici, che rischiano di diventare cani sciolti dispensatori di giudizi. In secondo luogo, ricordando che la carità è la più grande delle virtù e va sempre esercitata, e che l’umiltà è la virtù per eccellenza di Maria Santissima, alla quale dobbiamo guardare. Infine, ricordando che Gesù non ha mai detto che ci salveremo perché aderiamo a questo o a quel rito, ma perché lo conosceremo, faremo la volontà del Padre e metteremo in pratica i due comandamenti dell’amore.
Difenderò sempre il diritto di chi, per convinzione e sensibilità spirituale, sceglie il rito antico. Mi riesce invece difficile accettare chi va oltre, giudicando gli altri. Allo stesso modo non è giustificabile l’atteggiamento di alcuni modernisti che trattano i tradizionalisti con la stessa durezza.
Allo stesso modo, ha mai percepito o sperimentato atteggiamenti di incomprensione o di ostilità da parte di ambienti più legati al novus ordo nei confronti di chi frequenta il rito antico? Come vive personalmente questa polarizzazione all’interno della Chiesa?
Sì, ho frequentato diverse congregazioni religiose legate al novus ordo, con sensibilità differenti, e ho potuto sperimentare atteggiamenti di chiusura, diffidenza, ostilità e pregiudizio verso i fedeli legati al vetus ordo. Mi sono chiesto spesso quale ne fosse il motivo. Probabilmente la paura di uscire dal gregge, di pensare in modo autonomo, critico e libero rispetto alla crisi che la Chiesa attraversa ormai da oltre settant’anni.
Ricordiamoci che il Catechismo della Chiesa Cattolica di san Giovanni Paolo II (CCC 675-677) insegna che, prima della venuta di Cristo, la Chiesa dovrà affrontare un’ultima prova segnata da un’impostura religiosa che offrirà soluzioni apparenti ai problemi umani al prezzo dell’apostasia dalla verità. A questo si aggiungono l’ignoranza dottrinale e la pigrizia nel voler approfondire la fede dei nostri nonni. San Pio X ricordava che lo studio del catechismo e della teologia è un dovere per i cattolici.
Sapendo che la divisione viene dal demonio, questa spaccatura nel Corpo Mistico di Cristo non può che generare sofferenza e tristezza.
Secondo lei, esiste oggi il rischio che alcuni cattolici riducano la fede prevalentemente a una conoscenza dottrinale, mentre altri la vivano soprattutto come fiducia viva e operante in Dio? In che modo queste due dimensioni dovrebbero integrarsi armonicamente nella vita cristiana?
Sì, questo rischio esiste, soprattutto in alcuni ambienti tradizionalisti, fortunatamente non in tutti. Si rischia di confondere la fede con la mera conoscenza dottrinale: conosco la dottrina, quindi possiedo la fede. Ma non funziona così. È certo fondamentale non aderire alle eresie, e per questo, come insegnava san Pio X, è necessario studiare. Ma la fede è altro: è quella di cui parlava Gesù, capace di muovere le montagne; è quella che fa dire a san Pietro: “Non ho né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, alzati e cammina”.
Questa fede, unita alla carità vissuta, è ciò che avvicina gli altri e testimonia la presenza reale di Dio nella vita dei santi. Non mi pare che molti di questi “novelli dottori della legge” possiedano una fede simile. Al contrario, a volte ne scorgo di più in sacerdoti che celebrano dignitosamente il novus ordo, la cui vita quotidiana è segnata da una totale fiducia nella Divina Provvidenza.
Oggi è difficile trovare, sia nel mondo tradizionalista sia in quello modernista, una fede che muove le montagne. La nostra fede è spesso debole, e una fede debole non attrae nessuno. Siamo tiepidi, e dovremmo ricordare le parole terribili rivolte alla Chiesa di Laodicea nell’Apocalisse di san Giovanni.
Ha incontrato, nelle comunità che frequenta, testimonianze di una fede semplice e concreta, capace di affidamento reale a Dio, al di là delle differenze liturgiche? Può condividere un esempio significativo?
Sì, fortunatamente esistono molte testimonianze di carità cristiana e affidamento totale a Dio, al di là delle differenze liturgiche. Una piacevole sorpresa è stata per me la conoscenza dei sacerdoti, delle suore e dei laici della famiglia religiosa del Verbo Incarnato, che celebra esclusivamente il novus ordo. Sono un esempio di fede semplice e concreta, animata dalla carità vissuta, dall’attenzione alle famiglie, ai giovani, ai più deboli ed emarginati. Questo è ciò che davvero attrae a Cristo, soprattutto i giovani. Dio ripaga sempre chi confida e spera in Lui. Invito chi può a conoscere questa bella realtà ecclesiale.
Si parla spesso di crisi liturgica o dottrinale nella Chiesa contemporanea. Ritiene invece che la radice più profonda sia una crisi di santità, come affermava san Giovanni Paolo II? In che modo questo influisce sul dibattito tra vetus ordo e novus ordo?
San Giovanni Paolo II diceva che la crisi del mondo moderno è una crisi di santi, e aveva ragione. Tutti siamo chiamati a un’adesione autentica agli insegnamenti del Vangelo, conformandoci alla vita di Cristo, che è quanto di più esigente esista e quanto di più ripugnante per l’uomo contemporaneo, orgoglioso e superbo.
Non è l’adesione a questo o a quel rito che ci avvicina a Dio, ma l’amore sincero verso Dio e verso il prossimo. Dico spesso a un amico tradizionalista, buono ma molto zelante, che vive nel rifiuto della Messa moderna, che è illusorio pensare a una restaurazione del passato tale e quale. Non sarà così. Nuove sensibilità sono nate. Gesù farà nuove tutte le cose e metterà vino nuovo in otri nuovi. Tutto ciò che è bello, buono e santo nel vetus e nella dottrina sarà conservato, ma molto sarà anche rinnovato. Lo Spirito soffia dove vuole, e i progetti di Dio non sono i nostri, né quelli dei tradizionalisti né quelli dei modernisti.
Guardando al futuro della Chiesa, pensa sia possibile una reale unità che valorizzi il patrimonio spirituale e dottrinale del vetus ordo senza cadere in contrapposizioni ideologiche o nostalgie del passato? Quali atteggiamenti spirituali ritiene indispensabili per questo cammino?
Sì, guardando al futuro ne sono certo, perché dobbiamo sempre nutrire la speranza. Gesù, a tempo debito, farà nuova ogni cosa e porterà unità dove oggi c’è divisione. Verrà valorizzato ciò che c’è di buono nelle diverse componenti ecclesiali. Occorre pregare molto e lavorare per l’unità e la comunione ecclesiale, mai a discapito della verità e della fede.
In questo cammino saranno indispensabili l’umiltà e la carità reciproca, imparando ad apprezzare le diversità dei carismi e a guardare al bene presente in ciascuno, lavorando su ciò che unisce piuttosto che su ciò che oggi divide.
L’esperienza di Elia mostra come, al di là delle contrapposizioni liturgiche e delle polarizzazioni interne, il cuore della vita cristiana resti la ricerca sincera di Dio, vissuta nell’umiltà, nella carità e nella fedeltà al Vangelo. La sfida per la Chiesa di oggi non è scegliere un campo contro un altro, ma riscoprire quella santità quotidiana capace di unire, guarire e testimoniare, in ogni forma legittima, la presenza viva di Cristo nel mondo.



Commenti
Posta un commento