Una famiglia inginocchiata davanti al Mistero.
Anna e Simone: il vetus ordo come via concreta
di conversione e di educazione alla fede
(a cura di Carlo Silvano)
In un tempo in cui la vita familiare sembra spesso travolta dalla fretta, dalla frammentazione e da un diffuso smarrimento educativo, la testimonianza di Anna (insegnante) e Simone (artigiano), sposi quarantenni della diocesi di Vicenza e genitori di quattro figli, offre uno sguardo controcorrente e profondamente radicato nella Tradizione della Chiesa. La loro esperienza con la Santa Messa in vetus ordo non si riduce a una preferenza liturgica o a una scelta estetica, ma si rivela come un cammino di conversione personale e coniugale, una scuola di umiltà e una forma concreta di pedagogia della fede per i figli. Nel silenzio del Canone, nell’inginocchiarsi durante la Consacrazione, nella preparazione alla Comunione e nella forza teologica del Prologo di san Giovanni, questa famiglia ha riscoperto il senso del sacrificio, della Presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucarestia e della vita cristiana come orientamento totale verso Dio. Le loro parole mostrano come la liturgia tradizionale possa diventare carne nella quotidianità: nelle notti insonni, nelle fatiche educative, nella pazienza reciproca degli sposi, nella perseveranza di portare i bambini alla Messa anche quando tutto sembra complicato. È il racconto di una fede che non si improvvisa, ma si impara inginocchiandosi, insieme.
All’inizio della Messa, con le preghiere ai piedi dell’altare e il Confiteor, la liturgia pone al centro il riconoscimento del proprio peccato davanti a Dio. Come vivete, come coppia e come famiglia, questa dimensione di umiltà e conversione nella vostra quotidianità?
All’inizio della Messa in rito antico, con le preghiere ai piedi dell’altare e il Confiteor, siamo sempre riportati alla verità fondamentale della nostra vita secondo il catechismo di san Pio X: il fine per cui esistiamo è conoscere, amare e servire Dio. ConoscerLo significa anche sapere che cosa Gli è gradito e che cosa no. E la Scrittura è molto chiara: Dio non ama la superbia, l’egoismo, l’egocentrismo, la prepotenza. Fin dall’inizio, dal peccato originale di Adamo ed Eva — il desiderio di “essere come Dio” — vediamo come la superbia sia alla radice della caduta. E nel Magnificat Maria proclama: «Disperde i superbi nei pensieri del loro cuore». Per questo ci inginocchiamo. Non è un gesto formale: è il riconoscimento concreto di essere creature, non il Creatore. Creature imperfette, inclini al male e tentate dal Maligno. È un atto di verità su noi stessi davanti a un Dio che, pur essendo onnipotente, ha scelto l’umiltà, si è fatto uomo, si è fatto servo.Come coppia e come famiglia, cerchiamo di vivere questa dimensione nella quotidianità. Sappiamo che la superbia distrugge le relazioni: impedisce di chiedere scusa, di ascoltare, di cedere, di riconoscere i propri limiti. L’umiltà invece apre alla riconciliazione, alla pazienza, alla comprensione reciproca. Il Confiteor ci educa ogni volta a ripartire da lì: ci ricorda che solo un cuore umile costruisce una relazione vera con Dio e tra di noi.
Il silenzio e il raccoglimento che caratterizzano ampie parti della Messa in vetus ordo richiedono attenzione e interiorità. In che modo questo stile liturgico vi aiuta – o vi mette alla prova – nel partecipare alla Messa con i vostri figli?
Noi abbiamo quattro figli e la più piccolina ha appena un anno. Per noi, diciamocelo sinceramente, venire alla Messa in vetus ordo è una sfida continua, ma allo stesso tempo non possiamo più farne a meno. Quando abbiamo iniziato, circa cinque anni fa, avevamo già tre figli molto piccoli: non è mai stato semplice. Spesso ci è capitato – e ci capita ancora – di dover uscire per non disturbare la liturgia. Lucia, la terza, è sempre stata una piccola “scatenata”, si muoveva avanti e indietro senza sosta. A volte potrebbe sembrare una Messa non adatta ai bambini, e certamente sarebbe più facile non portarli. Eppure, ostinatamente e con costanza, abbiamo continuato. Pian piano si sono abituati a quel silenzio e a quella tranquillità che riflettono la pace dell’anima. Il più grande, che ora ha dieci anni, è sempre stato affascinato dai gesti del sacerdote e dal mistero del sacrificio. Da quando ha iniziato a servire la Messa, ancora di più: tanto che, quando andiamo alla Messa nuova, è lui a farci notare il rumore delle chiacchiere, della musica e perfino degli applausi. Anche il secondo figlio ha avuto una svolta intorno ai sei-sette anni, quando ha cominciato a servire: prima si annoiava un po’, ora è impegnato e coinvolto. La nostra piccola di cinque anni, la più vivace, ci sorprende: si è abituata, non fiata più e ha capito che a Messa si sta in silenzio. La piccolina di un anno è ancora “work in progress”, ma continueremo a portarla, anche se a qualcuno può sembrare inutile. Per noi non lo è: crediamo che crescere dentro questo silenzio, fin da piccoli, sia un dono che porterà frutto nel tempo nella relazione sincera e piena con Dio.
Le letture proclamate e il Vangelo, ascoltati spesso in un clima di grande sobrietà, invitano più all’ascolto che al commento immediato. Come cercate di trasmettere ai vostri figli l’importanza dell’ascolto della Parola di Dio, anche quando non tutto è subito comprensibile?
Cerchiamo di insegnare ai nostri figli che la Parola di Dio non è un racconto qualsiasi, ma una voce viva che parla anche quando non si comprende tutto. Come in ogni relazione, prima si impara ad ascoltare con rispetto e fiducia, poi, con il tempo, arriva anche la comprensione più profonda spesso aiutata da un sacerdote e sempre secondo le interpretazioni che la Chiesa da millenni ci dona.
Durante l’Offertorio, il sacerdote offre pane e vino insieme a se stesso. Come coppia, vi riconoscete in questo gesto di offerta? In che modo sentite di portare sull’altare la vostra vita familiare, con le sue gioie e le sue fatiche?
Durante l’Offertorio ci sentiamo profondamente coinvolti, perché non viene offerto solo il pane e il vino, ma anche la vita del sacerdote unita al sacrificio di Cristo. Come coppia ci riconosciamo in questo gesto: anche il matrimonio è un’offerta quotidiana di sé, fatta di dono reciproco, di sacrifici nascosti, di fedeltà rinnovata ogni giorno. L’Offertorio ci ricorda che nulla è inutile se viene offerto: anche le notti insonni, le tensioni, le difficoltà educative possono diventare preghiera. E questo ci aiuta a vivere la famiglia non solo come organizzazione quotidiana, ma come cammino di santificazione reciproca.
Il Canone romano, recitato in silenzio e con grande sacralità, mette al centro il Sacrificio di Cristo. Che significato ha per voi, come sposi e genitori, partecipare a questo mistero di dono totale?
Il Canone romano, nel suo silenzio carico di sacralità, ci pone davanti al Sacrificio di Cristo come dono totale di Sé. Per noi, come sposi, è un richiamo fortissimo a vivere il matrimonio come offerta fedele e definitiva, non parziale o condizionata; come genitori, ci insegna che l’amore vero passa attraverso il sacrificio quotidiano, le rinunce e il tempo donato ai figli. Quel silenzio ci educa a non banalizzare il mistero e ci ricorda che la nostra vocazione familiare trova senso nell’imparare ogni giorno a donarci, come Lui si è donato per noi.
Il momento della Consacrazione, vissuto nel silenzio e nell’adorazione, è il cuore della Messa. Come cercate di educare i vostri figli al rispetto e allo stupore davanti alla Presenza reale di Cristo nell’Eucaristia?
Durante la Consacrazione cerchiamo di educare i nostri figli soprattutto con l’esempio: inginocchiandoci, facendo silenzio vero e mostrando che lì è presente realmente Gesù. A casa ne parliamo con parole semplici, invitandoli a vivere quel momento con rispetto e stupore, anche solo con una breve preghiera nel cuore. I nostri figli più grandi, ormai abituati alla sacralità e al raccoglimento del rito antico, quando partecipano alla Messa moderna rimangono quasi “scandalizzati” dalla rapidità della Consacrazione e dal fatto che poche persone si inginocchino. Spesso ce lo fanno notare loro stessi: è il segno che hanno interiorizzato che davanti alla Presenza reale si sta in adorazione.
La Comunione, ricevuta in ginocchio e sulla lingua, richiede preparazione e raccoglimento. Che ruolo ha, nella vostra famiglia, la preparazione spirituale alla Comunione e come cercate di viverla insieme ai vostri figli?
La Comunione, ricevuta in ginocchio e sulla lingua, per noi è un momento di grande responsabilità e grazia. Abbiamo iniziato a viverla così solo da quando frequentiamo la Messa in vetus ordo: prima, come quasi tutti, la ricevevamo in piedi e sulle mani, semplicemente perché non avevamo conosciuto altro, né ci era stato spiegato come si faceva prima, come facevano i nostri nonni. Per noi è stata una grande grazia riscoprire questo modo di accostarci all’Eucaristia, che ci ha aiutati a comprendere più profondamente la Presenza reale. Anche il fatto che, secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, ci si debba accostare alla Comunione in grazia di Dio non ci era davvero chiaro. Pur avendo frequentato il catechismo e provenendo da famiglie cattoliche, non ci era stato insegnato con chiarezza. Lo abbiamo appreso proprio attraverso questa Messa. I nostri figli, che adesso studiano il catechismo di san Pio X, in un certo senso ci hanno educati: ci siamo sentiti quasi ignoranti, chiedendoci come fosse possibile arrivare alla soglia dei quarant’anni, aver sempre frequentato la Chiesa e non conoscere queste realtà fondamentali. In questi ultimi anni con la messa moderna realtà del catechismo come questa non vengono più insegnate e spesso appaiono confuse quasi da interpretare secondo la percezione e situazione personale. Ma non è cosi: la Chiesa, con la sua tradizione, da millenni è sempre stata chiara su questo.
Il Vangelo di san Giovanni proclamato al termine della Messa (“In principio era il Verbo…”) sembra accompagnare i fedeli nel ritorno alla vita quotidiana. In che modo la Messa in vetus ordo vi aiuta a rileggere il vostro matrimonio, la genitorialità e il lavoro come un cammino verso Dio?
Il Prologo di san Giovanni, proclamato alla fine della Messa – “In principio era il Verbo…” – ci ricorda che tutto ha origine in Dio e tutto a Lui ritorna. Uscendo dalla chiesa, portiamo con noi questa certezza: la nostra vita non è frammentata tra “sacro” e “profano”, ma il nostro essere cristiani, di Cristo è parte della nostra essenza, della nostra identità. La Messa in vetus ordo, con il suo silenzio, il senso del sacrificio e la centralità di Dio, ci aiuta a rileggere il matrimonio come vocazione al dono totale, la genitorialità come collaborazione all’opera creatrice di Dio e il lavoro come servizio ordinato a Lui. Non sono semplici impegni quotidiani, ma tappe concrete di un cammino verso il Cielo. La Messa non finisce all’“Ite, missa est”: continua nella nostra casa, nel nostro matrimonio, nel nostro lavoro, come cammino quotidiano verso di Lui.
Ciò che emerge con forza dalle parole di Anna e Simone non è semplicemente l’elogio di una forma liturgica, ma la riscoperta di un ordine interiore che rimette Dio al centro e, proprio per questo, restituisce unità a tutta l’esistenza. La Messa in vetus ordo appare, nella loro esperienza, come una sorgente capace di plasmare la mentalità, il linguaggio, i gesti e persino i ritmi della vita familiare. Non si tratta di un rifugio intimistico né di una scelta identitaria, ma di una pedagogia del reale: il peccato riconosciuto senza attenuanti, la grazia accolta con gratitudine, il sacrificio vissuto come forma dell’amore.
Colpisce, in particolare, il dinamismo educativo che attraversa tutta la loro testimonianza. In un’epoca in cui si teme che il silenzio allontani i giovani e che la disciplina soffochi la spontaneità, i loro figli mostrano il contrario: proprio il raccoglimento, la sacralità dei gesti, la chiarezza dottrinale e la bellezza dell’adorazione generano attrazione, stupore e consapevolezza. È un processo lento, fatto di costanza e di apparenti fallimenti, ma capace di portare frutti profondi, perché fondato non sull’intrattenimento, ma sul Mistero.
La loro esperienza mette anche in luce una verità spesso dimenticata: la liturgia non è qualcosa che si esaurisce tra le mura della chiesa. Quando è vissuta nella sua pienezza, essa diventa forma della vita, criterio delle scelte, misura delle relazioni. L’Offertorio si prolunga nel dono reciproco degli sposi, il Canone romano illumina il senso del sacrificio quotidiano, la Comunione educa alla vigilanza sulla propria anima, il Prologo di san Giovanni apre lo sguardo sul destino eterno verso cui tutto converge. La casa diventa così una piccola chiesa domestica, dove ciò che è stato contemplato sull’altare continua a vivere nelle azioni più semplici.
In questa prospettiva, la fatica stessa – i figli piccoli da accompagnare fuori, le distrazioni, le incomprensioni – non è più un ostacolo, ma parte dell’offerta. Nulla viene escluso dal rapporto con Dio: tutto può essere assunto, purificato e orientato al Cielo. È forse questo il tratto più luminoso della loro testimonianza: la certezza che la santità non appartiene a una dimensione straordinaria, ma nasce dalla fedeltà quotidiana, quando ogni cosa viene vissuta “coram Deo”.
Anna e Simone ci ricordano che la crisi della fede non si supera con strategie, ma tornando alla sorgente. E la sorgente, per loro, ha il volto di Cristo realmente presente sull’altare, adorato nel silenzio, ricevuto con timore e amore, portato poi nella trama concreta della vita. Inginocchiarsi davanti al Mistero diventa così il gesto che rialza la famiglia, la educa, la purifica e la orienta verso il suo vero fine: conoscere, amare e servire Dio per poi goderlo per sempre.
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