Quando il rispetto
diventa il cuore dell’amicizia
Tra
le molte risposte raccolte tramite un questionario anonimo
sull’amicizia proposto agli alunni di una quinta elementare, ce n’è una
che colpisce per la sua profondità e maturità: quella di un alunno di
quinta elementare (nato nel 2015) che ha scelto di mettere al primo
posto, tra le qualità di un vero amico, il rispetto, anche quando non si
è d’accordo. Non la simpatia, non il divertimento immediato, ma il
rispetto delle idee e dei pensieri dell’altro. In questa scelta semplice
e silenziosa si intravede una comprensione sorprendentemente adulta
delle relazioni.
Dire
che un amico è colui che ti rispetta anche quando la pensi diversamente
significa riconoscere che l’amicizia non è fusione, né uniformità, ma
incontro tra persone che restano se stesse. Questo bambino sembra aver
colto che il legame più autentico non nasce dal pensare allo stesso
modo, ma dal sentirsi accolti anche nelle differenze. È una visione che
parla di sicurezza interiore, di fiducia e di un desiderio profondo di
essere riconosciuti per ciò che si è.
Subito
dopo il rispetto, compaiono la gentilezza e la disponibilità. È come se
questo alunno ci dicesse che l’amicizia si costruisce nei gesti
quotidiani, nei modi di fare, nelle attenzioni piccole, ma costanti.
Essere gentili non è solo una questione di buone maniere, ma di
intenzione: significa voler bene, prendersi cura, non ferire. La
disponibilità, poi, racconta un’amicizia che non si ritrae davanti ai
bisogni dell’altro, ma sa esserci, senza invadere e senza sottrarsi.
Al
terzo posto troviamo l’ascolto e la capacità di capire gli altri. Anche
qui emerge un’idea di relazione profonda, che va oltre il gioco
condiviso. Ascoltare vuol dire fare spazio, sospendere il proprio punto
di vista per accogliere quello dell’amico. Per un bambino di quinta
elementare, riconoscere il valore dell’ascolto significa aver già
sperimentato quanto faccia bene sentirsi compresi e quanto possa far
male, invece, essere ignorati.
Seguono
l’aiuto nei momenti di difficoltà e, solo alla fine, il fatto che un
amico faccia ridere e stare bene. Non perché il divertimento non sia
importante, ma perché viene dopo. È come se questo bambino avesse
intuito che la gioia più vera nasce quando ci si sente sostenuti, non
quando si ride soltanto. Ridere insieme è bello, ma aiutarsi quando
serve rende il legame più solido e duraturo.
Questa
risposta non è solo un elenco di qualità: è una piccola lezione di
educazione affettiva. Ci ricorda che i bambini, se ascoltati, sanno dire
molto più di quanto immaginiamo. E che spesso, nel loro modo diretto e
sincero, indicano agli adulti la strada verso relazioni più vere,
fondate sul rispetto, sulla cura e su una gioia che nasce dall’incontro
autentico con l’altro. (Carlo Silvano)


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