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Il boiaro, letto da don Olivo Bolzon




Imbattersi in un titolo del genere, produce istantaneamente curiosità. Immette in un ambiente di sogno e suscita il desiderio di immergersi in quel paesaggio d’incanto. Per un veneto come me, le condizioni di vita dei servi del Boiaro richiamano quelle dei nostri contadini che all’inizio del secolo scorso vivevano tutto l’inverno nella stalla. Per la mungitura il mattino presto e nella prima serata. Poi fatte le pulizie e preparato l’ambiente per il filò si riunivano per quella che era una scuola degli adulti che contemplava notizie del giorno, racconti trasmessi di generazione in generazione, e preghiera in clima di serenità e comunione.
Così ci si inoltra nella lettura e si scopre immediatamente una vaga parentela, la nostra fanciullezza era più vicina a quei poveri cristi che sopravvivevano a malapena che al Boiaro. Erano sfruttati come i nostri contadini, le loro rabbie in corpo di tanto in tanto esplodevano motivate dal senso di oppressione, dal degrado sociale e dalla schiavitù personale e famigliare che si trovavano a vivere. Così la lettura di questo lungo racconto si fa sempre più interessante. Il Boiaro pur appartenendo alla classe dei padroni, nella sua situazione di vita e amore per la campagna, avrebbe potuto essere vicino ai suoi servi e prevederne la ribellione, più di quanto potesse fare l’aristocrazia della città. Ma la rivoluzione russa crea una società di ribelli che finalmente sentono in modo tumultuoso e scomposto la possibilità di una vita diversa e il Boiaro diventa il traditore da spogliare e punire. Sarà lui allora a dover trovare il modo di sopravvivere.

Il lettore che ha un po’ di famigliarità con la grande letteratura russa, ritrova nel paesaggio descritto da Carlo Silvano una rievocazione sempre più piacevole e si fa desideroso, almeno nel mio caso, di trovare una più ampia narrazione. L’ambiente che in qualche modo entra da protagonista, è descritto come sfondo che partecipa ad avvenimenti che chiudono un’epoca anche se la nuova società non appare e non se ne conoscono gli esiti. E questo è anche il limite: tutto il movimento di quel popolo si conclude in un finale confuso che lascia il protagonista, il Boiaro appunto, occupato a salvarsi in qualche modo con la messa in opera dell’astuzia di cui è capace e l’intuizione, forse, di una vita tutta diversa.

Resta un augurio da rivolgere all’autore che coltivi la sua passione e si addentri nell’esame di una realtà che merita essere portata a galla nella sua originalità, senza perdere di vista il cammino di questo popolo. Mi pare che il pregio di questo piccolo volume sia proprio questo tentativo di dare coralità alla coscienza di un popolo che vuol vincere l’oppressione cui viene costretto, e nello stesso tempo sia attento alla singola vicenda del Boiaro che tenta di salvarsi in qualche modo dalla nuova situazione che il popolo degli oppressi sta creando. E per completare l’augurio, l’autore stesso possa entrare in questa storia portando la sua viva testimonianza – che in queste pagine viene colta – con una più documentata partecipazione.

Olivo Bolzon 



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