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Una Chiesa di frontiera

QUINTO DI TREVISO - Questa sera c'erano circa 140 persone ad ascoltare Gewargis SLIWA, metropolita di Baghdad, nell'auditorium della chiesa parrocchiale a Quinto di Treviso. La serata è stata promossa e organizzata dal parroco don Artemio Favaro e dal suo valido collaboratore don Filippo, il quale ha fatto da interprete. Il vescovo Sliwa, reduce dal Sinodo delle Chiese orientali appena terminato a Roma, ha parlato delle sofferenze che i cristiani iracheni stanno sperimentando sulla propria pelle in questi ultimi sette anni, da quando gli eserciti occidentali hanno invaso il suo Paese per liberarlo dalla dittatura di Saddam. Omicidi, attentati e rapimenti sono all'ordine del giorno e molte famiglie di cristiani hanno deciso di lasciare l'Irak per cercare - ad esempio in Canada - migliori condizioni di vita e, soprattutto, per sfuggire alle violenze.
Il vescovo Sliwa ha iniziato la sua "conversazione" parlando delle radici della sua Chiesa, la quale risale alla seconda metà del I secolo quando Gesù Cristo, ancora vivo, inviò in una città che all'epoca era irachena un proprio discepolo. Da allora l'Irak ha avuto salde radici cristiane e dalla sua terra sono partiti numerosi missionari, alcuni dei quali giunsero anche in Cina e Giappone.
Il vescovo Sliwa ha parlato anche dei rapporti tra Islam e Cristianesimo, soffermandosi a lungo sulla vita quotidiana dei cristiani e del loro impegno per costruire la pace nel proprio Paese.



In privato ho avuto modo di chiedere al vescovo Sliwa delucidazioni sia sulla possibilità che i preti cattolici della sua diocesi (sono di rito caldeo) hanno di sposarsi, sia sulla condizione socio-economica dei cristiani.

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