“Canne
al vento” di Grazia Deledda fu pubblicato nel 1913: è passato
praticamente un secolo da quando i lettori hanno potuto apprezzare
questo romanzo che, ancora oggi, conserva uno stile avvincente e
narra una storia affascinante. Leggendo queste pagine paragonavo le
dame Pintor all'Italia dei nostri giorni, cioè un'Italia che
invecchia e che vive di rendita perché incapace di produrre. Di anno
in anno le rendite delle dame Pintor (Ruth, Ester e Noemi) si assottigliavano e questo
accade anche oggi per il nostro Paese con la delocalizzazione delle aziende e con un debito pubblico spaventoso. C'è poi il protagonista, il
servo Efix ,che cerca e spera di far rifiorire la casa delle sue
padrone, ovvero le dame Pintor. I servi sono gli ultimi, e anche oggi sono
tanti gli ultimi della nostra società che in silenzio e a testa
bassa lavorano nelle fabbriche, mantengono unite le famiglie e
sostengono come volontari gli indigenti. Nel libro “Canne al vento”
c'è anche una coppia di giovani: si amano e si vogliono sposare per
avere una propria famiglia e, come i giovani di oggi, non possiedono
nulla, e per avere un lavoro devono guardare lontano dal piccolo paese
dove vivono. Questa coppia – Giacinto Grixenda – sono l'emblema
di tanti giovani dei giorni nostri che dopo il diploma o la laurea si recano all'estero. I personaggi del libro sono simili alle canne che il vento della pigrizia, dell'usura, del rancore, dell'insoddisfazione e dell'avidità muove ora in una direzione, ora in una'ltra. Alla fine del romanzo Efix – in
italiano Efisio – muore, ma la sua morte lascia anche intravedere
una speranza per il futuro delle dame Pintor e per i giovani. Con
tutti i lavoratori che ogni giorno muoiono nei cantieri edili, nelle
fabbriche e nelle campagne, auguriamoci anche che la nostra Italia
risorga per assicurare a tutti un futuro carico di speranza. Oggi leggere "Canne al vento" non è solo un modo per ricordare una donna italiana vincitrice del premio Nobel per la letteratura, ma anche per riflettere su tanti aspetti della nostra società e per non essere, a nostra volta, come delle canne che il vento spinge dove vuole.
TENDA - « Mi chiamo Robert Rossi e sono nato nel 1944: mia madre è brigasca e conobbe mio padre che svolgeva il servizio militare ne lla GAF, cioè la guardia di frontiera proprio a Briga Marittima. Dopo l’8 settembre del 1943 mio padre fu catturato dai nazisti e portato in Germania, ma finita la guerra ritornò a Briga e si sposò con mia madre per venire a mancare nel 2009 ». Inizia con queste parole l’intervista concessami da Robert Rossi (qui sotto in foto), nato italiano nel 1944 e diventato francese nel 1947, quando il comune di Tenda fu ceduto alla Francia in seguito al Trattato di Parigi. Signor Robert Rossi, a Tenda che lingua si parlava fino al 1945? E qual era il dialetto più diffuso? Oggi qualcuno a Tenda e a Briga parla ancora in dialetto? Fino al 1947 i comuni di Briga Marittima e Tenda rientravano nei confini dell’Italia e quindi la lingua ufficiale era l’italiano. A Briga Marittima era molto diffuso il dialetto locale, cioè il «brigasco», mentre a Tenda ...
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